martina's profile# Ever Ton's Krazee Town...PhotosBlogLists Tools Help
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ozzia tutta 'vella roba che mi fa bruciare di rabbia..

# Ever Ton's Krazee Town! #

ATTENZIONE: talvolta questo blog è assolutamente privo di senso per chi non è ME. Pertanto chiunque si senta offeso è libero di protestare: questo è l'unico posto in Italia ove le critiche vengono ascoltate. http://asheroon-libro.blogspot.com/
January 29

Ho fatto un test..

Secondo voi amatissimi bagbaghi, mi corrisponde un pelo?
 
L'IMPREVEDIBILE
 

Le tue contraddizioni ti donano il fascino di chi è sfuggente. Ti si adattano le note floreali-cipriate. In te coesistono diverse anime che a volte entrano in conflitto fra loro. A seconda della circostanza e del tuo umore assai mutevole, ti senti forte o fragile, socievole oppure no, conformista o trasgressivo/-a. Sei capace di grandi passioni, innamoramenti folgoranti, fedeltà assoluta ad un ideale. E poi, di punto in bianco, puoi mollare tutto e cambiare radicalmente sentimenti ed opinioni, rinnegando te stesso/-a. Spesso ti trovi a fare l'esatto contrario di quello che la gente si aspetta da te. Questo tuo modo contraddittorio di essere ti piace: ne sei orgoglioso/-a perchè sai bene quanto fascino esercita sugli altri. La tua imprevedibilità, però, alla lunga finisce per renderti una persona poco rassicurante, specie in amore. Colori adatti a te: quelli brillanti. NOTE OLFATTIVE IDEALI: floreali-fruttate. FRAGRANZE CONSIGLIATE: I Love Love – Moschino, Very Irresistible – Givenchy, Nina – Nina Ricci, J’adore – Christian Dior, Diamonds – Emporio Armani, Paris Hilton – Paris Hilton, Absolutely Givenchy – Givenchy - Funny – Moschino, Colours Of Love – Guerlain, Emporio Armani Remix For Her – Giorgio Armani, Curious – Britney Spears, Eau De Parfum II – Gucci, Noa Perle – Cacharel - Spring In Paris – Celine Dion, Fresh Vibes – Adidas, Hugo Woman – Hugo Boss

January 24

Pazzine 12 -twentyfaiv

 

Sposali’, supplicava Anthis nella lettera, ‘e dopo più’ nulla ti sarà’ chiesto. Sposali e taci, cosi’ che il loro sogno segreto abbia benedetta realizzazione.’.
   A quanto poi ne aveva scritto il figlio del governatore, subito dopo la cerimonia i due sarebbero fuggiti insieme per destinazione ignota. Le rispettive famiglie sarebbero state avvertite solo molto tempo dopo, quasi allo scadere della permanenza prevista per Celeia a Vardah; Anthis non aveva paura di suo padre o della prigione, poiché’ non era accaduto tutto sommato nulla di grave, egli non aveva colpe. Avrebbe premuto sul fattore felicita’ dei due, ed era abbastanza convinto che il conte Dil Tisbery si sarebbe rassegnato, e cosi’ avrebbe fatto anche suo padre.
Certo, per Anthis le cose non sarebbero cambiate. Il governatore gli avrebbe trovato un’altra ricca fanciulla, ed egli l’avrebbe sposata senza opporsi. Si sarebbe creato una famiglia e sarebbe vissuto a Vardah, probabilmente non sarebbe stato ne’ triste ne’ felice, ma sicuramente l’avrebbe consolato per tutta la vita sapere che il suo migliore amico era da qualche parte nel mondo felice.
   E dunque il giorno atteso era infine giunto. Anzi, la notte, poiché’ i matrimoni venivano sempre celebrati a notte fonda, quando gli spiriti sono più’ vivi e donano più’ energia. 
  Prima di recarsi alle stalle per sellare il proprio cavallo, Quancho aggiunse al suo solito misero bagaglio una sacca bianca di seta, dopo essersi assicurato che nulla mancava.
C’era tutto: la boccetta di vetro che conteneva l’unguento per gli sposalizi era colma (era fratello Kabrus che coltivava i fiori adatti, e sempre lui fabbricava tutti gli unguenti cerimoniali per ogni primizio delle cupole), i due cerchietti d’argento per suggellare il patto d’amore c’erano (i cerchietti avrebbero forato lateralmente il naso degli sposi alla fine della cerimonia, per mano di due amici degli sposi chiamati ‘suggellatori’. Spesso dopo molti giorni di matrimonio il cerchietto d’argento veniva fuso e veniva trasformato in un semplice gioiellino più’ discreto, da tenere sempre al naso. Lo avevano i genitori di Anthis, il padre di Celeia lo teneva benché’ fosse vedovo, il padre di Hishon, vedevo anche lui, l’aveva invece tolto definitivamente.) , i quattro nastri di lino arancione e blu c’erano ed erano in perfetto stato (le coppie di colori dei nastri variavano: potevano anche essere viola e giallo, oro e argento, rosso e verde. Tale differenza stava nel tipo di spiritualità’ che si desiderava benedicesse lo sposalizio. Hishon aveva tanto insistito per il blu e l'arancione, che simboleggiavano gli spiriti marini, poiché’ la cerimonia sarebbe avvenuta vicino al mare.).
Dunque era tutto perfetto, tutto pronto.
Quancho fece un lungo sospiro, e si fermo’ per un istante a guardare la sacca bianca matrimoniale.
Il suo primo sposalizio. La sua prima celebrazione, e si trattava di un suo caro amico.
Sorrise. Infilo’ la sacca nel bagaglio vero e proprio, quindi mise tutto in spalla e si diresse a grandi passi fuori dalla stanza.
      -Santo cielo e sante stelle, ma quando arriva?- gracchio’ ansioso Hishon, intrecciandosi le dita
-Porta pazienza, il sole e’ appena calato!- lo rassicuro’ Anthis –Son certo che a momenti sentiremo la sua voce.-
-Lo spero, lo spero proprio..- grugni’ il giovane dai capelli a spazzola, elegantemente vestito di azzurro cenerino.
   Fuori la luna era sorta da poco, pallida e definita. Nessuna nuvola oscurava il cielo, cosi’ mille stelle brillavano, lontanissime e irraggiungibili, permettendo al castello quasi di illuminarsi, bianchissimo.
Benché’ fosse solo primavera, un mite calore aleggiava sulla fronte del primizio, appena giunto entro le mura del castello.
Qualcuno stava correndo nella sua direzione con grande impeto. Si trattava della dama di compagnia di Celeia
-Signor primizio!- esclamo’ ansimante –Finalmente e’ arrivato! Eravamo tutti in ansia!-
-Oh, salve mia cara.- fece Quancho, fermando il suo cavallo scuro. Con estrema attenzione scese dalla sella, e tiro’ per le briglie l’animale
-Conduco la mia bestia presso le stalle, madamigella.- annunciò’ il primizio –Dica ai due promessi ed al figlio del governatore di raggiungere il luogo da loro scelto per la cerimonia.-
Bamirla annui’ senza dire nulla, e cosi’ com’era giunta se ne scappo’ in direzione del castello in gran fretta.
   Pochi minuti dopo, il primizio si inoltro’ nella buia foresta con la sacca matrimoniale tra le mani.
Tra gli alberi oscuri pote’ scorgere un bagliore dorato. Lo segui’, finché’ non giunse in un grande spazio erboso privo di alberi, dove il bagliore lo avvolse quasi completamente.
Davanti a lui, quattro giovani persone lo avevano atteso ed ancora lo attendevano impazienti, ed i loro visi puliti sorridevano benevoli.
Il primizio ricambio’ il sorriso e fece loro un grande inchino in silenzio, inchino che venne tacitamente ricambiato.
Il bagliore che l’aveva guidato nel bosco era il fuoco di una grande lanterna, posto al limite dello spiazzo erboso.
Il primizio, come da anni aveva sentito ripetere dai propri maestri e confratelli, si mise davanti alla lanterna, dandole le spalle, e fece cenno ai due giovani promessi di avvicinarsi.
Celeia, bellissima nel suo abito color lilla, prese il posto delle fanciulle, alla sinistra del primizio, mentre Hishon prese il posto di sinistra.
Con abili e sapienti movimenti delle mani, il primizio lego’ uno dei due nastri arancioni intorno alla fronte di Celeia e successivamente uno dei nastri blu intorno alla fronte di Hishon. Poi prese per mano i due giovani e, con i nastri rimanenti, le lego’ strette insieme.
   -Che lo sposalizio dunque venga consolidato.- disse con un sorriso il giovane. Mise le mani intorno a quelle legate dei due promessi e cominciò’ a recitare le sacre parole del matrimonio.
   Una mezz’oretta più’ tardi, Anthis e Bamirla furono chiamati per eseguire il loro compito di suggellatori. Hishon gemette quando il suo amico d’infanzia gli perforo’ la gobba della narice con la punta del cerchietto d’argento, ma fu un attimo, un battito di ciglia; lo stesso purtroppo non si pote’ dire di Celeia: la sua dama di compagnia aveva fallito nel suo compito, le era tremata la mano all’ultimo ed il naso della giovane sposa aveva sanguinato, portandola al pianto. Prima che Bamirla potesse ulteriormente andare in confusione, Quancho fu lesto e fu egli stesso, con un rapido movimento, ad eseguire il foro.
Per il resto della cerimonia non ci furono altri inconvenienti. Hishon e Celeia furono infine unti con l’olio matrimoniale e mentre i loro amici applaudivano contenti, si baciarono con grande passione sotto un cielo sempre più’ stellato.
Non passarono molti istanti prima che Anthis facesse comparire tre grandi bottiglie di vino rosso.
 




03.



   Il mattino seguente, quando Anthis apri’ gli occhi verso il soffitto grigio della sua stanza, fu come se un mucchietto di pietre gli fosse franato sulla fronte, scivolando giù’ sul cuscino e facendo un rumore infernale
-Ah..!- gemette, mettendosi una mano sulla faccia. Respiro’ a pieni polmoni, mentre l’aria fresca ed il canto degli uccellini penetravano dalla finestra socchiusa, e fu allora che si accorse di essere si’ sotto un lenzuolo di seta, ma di essere completamente nudo.
Si strofino’ gli occhi coi pugni chiusi. Biascico’ e pote’ sentire tutto il fetore del suo alito di vino e qualche altra bevanda.. Oh, si, ricordava benissimo di essere andato, la sera prima durante i festeggiamenti,  a prendere altre bottiglie.. Di grappa forse. Si, grappa di lamponi. Ne era abbastanza sicuro.
   Non ci volle molto perché’ si accorgesse con estremo stupore di non essere solo, in quel letto.
Voltandosi infatti, vide un piccolo corpo avvolto nelle lenzuola candide, un corpo nudo di fanciulla, i cui lunghi capelli castani coprivano tutto il cuscino e le spalle.
Anthis aveva appena aggrottato la fronte per la sorpresa che Bamirla si desto’, e si volto’ a guardarlo
-Ben svegliato.. mio signore..- sorrise la fanciulla, ed il suo roseo viso assunse più’ colore
-Beh.. buongiorno anche a te.- rispose allora Anthis tra l’imbarazzato ed il divertito. La fanciulla emise un risolino, quindi gli si avvicino’ e si avvinghio’ a lui, strofinandogli il viso contro il petto.
Anthis, col naso rivolto verso il soffitto ed il suo solito sorriso inebetito, sgrano’ gli occhi
-Uau.. ..- sospiro’.
   Quando si risveglio’, dopo essersi appisolato, si trovava nella solita posizione, ma Bamirla non c’era più’.
Si alzo’ dunque stiracchiandosi.
  Quando provo’ a chinarsi per raccogliere le vesti la testa cominciò’ a girargli vorticosamente, e cadde in ginocchio sul freddo marmo del pavimento
-Oh.. santo cielo..- mormoro’, massaggiandosi la fronte. Non ricordava un mattino cosi’ neanche dopo i festeggiamenti del suo diciottesimo anniversario di nascita, eppure aveva bevuto assai molto più’ vino.. Hishon ricordava sempre molto divertito che avevano finito per prendersi a pugni, e che per schivarne uno Anthis era capitombolato per terra trascinando giù’ la lunga tovaglia del banchetto con tutti gli avanzi..
   In quella, udi’ un rumore agghiacciante.
Uno strillo strozzato, come quello di un animale violentemente colpito. Proveniva dalla grande sala al piano inferiore, ne era sicuro poiché’ aveva echeggiato per il corridoio.
Non attese oltre: lottando con tutte le sue forze contro l’intontimento, Anthis riusci’ a rialzarsi e ad infilarsi i pantaloni.
Corse fuori dalla stanza a petto nudo, a perdifiato, col cuore impazzito nel petto per l’allarme. Scese la grande scalinata con furia, rischiando di cadere, ma non cadde; salto’ gli ultimi quattro scalini e fece per entrare nella sala quando qualcosa, invece, ne usci’ di colpo, gettandosi su di lui.
  Gemette per lo stupore e cadde seduto, appesantito da quel qualcosa.
Quando riusci’ a guardare riconobbe Celeia.
-C..Celeia!- gracchio’, sgranando gli occhi per l’orrore.
Celeia lo stava guardando, china su di lui. I suoi occhi tremavano, aveva la bocca aperta in un muto urlo, il volto bianco.
Aveva un taglio orizzontale all’altezza della gola, lungo più’ di dieci centimetri e profondo, molto profondo. Una cascata di sangue vivo le stava colando giù’ paurosamente impetuoso e lei, con la sua delicata mano pallida sulla ferita, poteva fare ben poco ormai.
  Anthis grido’. Era pietrificato dalla paura.
Ma non duro’ molto: la fanciulla sbatte’ le palpebre un altro paio di volte, quindi alzo’ gli occhi verso il soffitto e la mano le scivolo’ via, sbattendo sul ventre del ragazzo. Infine tutto il corpo si lasciò’ andare. Cadde di schiena, e l’altra mano picchio’ rumorosamente le nocche sul marmo del pavimento.
  Il petto di Anthis cominciò’ a palpitare per i forti respiri di paura, gonfiandosi e sgonfiandosi ritmicamente. Il ragazzo aveva gli occhi sgranati, era diventato cinereo in viso, e la bocca era spalancata e completamente secca
-No..!- gemette con un filo di voce, e senti’ gli occhi gonfiarsi e bruciare –Non e’ possibile, questo non..-
Si blocco’. Sulla porta era comparsa una figura nera, immobile, col volto nascosto da un cappuccio ed una maschera bianca di legno. Una maschera che ricordava molto il muso di un cane.
Teneva nella mano inguantata uno spadino dalla lama sottile. Ad Anthis sembro’ di poter scorgere un rigo di sangue sulla lama lucente
-NO!- esclamo’ allora balzando all’indietro, scrollandosi di dosso il corpo di Celeia
–Chi sei!- chiese poi scioccamente –DIMMI CHE COSA VUOI!-
La figura naturalmente non rispose. Cominciò’ pero’ a muovere lenti passi sinuosi in direzione del principe.
La stretta tuta nera che indossava non lasciava dubbi: si trattava di una donna, dalle forme piuttosto  pronunciate.
Neanche il suo abbigliamento lasciava posto alla fantasia. I suoi sandali di cuoio e la sua cintura di seta rossa parlavano chiaramente di un clan di assassini mercenari.
  Anthis si alzo’ in piedi, ma fu il massimo che pote’ fare. La donna, con una grazia ed una velocità’ al limite dell’umano, scatto’ in avanti e fece un grande balzo, arrivandogli alle spalle.
Gli circondo’ il collo con un bracciò, ed Anthis senti’ la sua forza micidiale e senza pietà’, il battito del suo cuore attraverso le vene del gomito.
La donna alzo’ lesta il bracciò che impugnava lo spadino. Ma anche Anthis fu lesto, più’ di lei: con un fulmineo movimento del collo, le diede una violenta testata sulla fronte.
La donna gemette e lasciò’ la presa, cadendo all’indietro. Anthis si volto’ verso di lei e le schiacciò’ la mano armata con il piede nudo, spezzandogli il polso.
  Ci fu un grido disumano di dolore, ma il giovane non si lasciò’ intimidire e, senza togliere il piede, raccolse lo spadino.
In quell’istante, qualcuno accorse da fuori, entrando dal portone
-Oh.. oh santi spiriti..!-
-Hishon!- esclamo’ Anthis quando lo vide, ma fu una grave distrazione. La donna riusci’ a liberarsi dalla dolorosa presa, e prima che uno dei due giovani potesse anche solo pensare di agire, si diresse verso le grandi scale di pietra. Scatto’ con tre balzi in avanti e fu in cima, quindi scomparve dietro una delle porte del corridoio superiore
-NO!.. NO, CELEIA! NO!.. ..NO!- grido’ Hishon correndo verso il corpo privo di vita della sua sposa.
Anthis invece strinse lo spadino nella mano, si volto’ e corse con quanta forza aveva su per la scalinata.
   Giunto in cima, attese qualche istante. Chiuse gli occhi, fece un grande respiro e poi, urlando, diede un gran calciò alla porta dove aveva visto entrare la donna e vi si fiondo’ dentro, tenendo lo spadino davanti a se’, saldo, con entrambe le mani.
   Ma la stanza era vuota. Una stanza per gli ospiti perfettamente ordinata, nulla sembrava essere fuori posto.
Apri’ furiosamente l’armadio, cerco’ sotto il letto, guardo’ nella cassapanca di legno. Solo dopo si accorse della finestra aperta.
Allora si affacciò’ e guardo’ istintivamente giù’. Vide solo alcuni alberi, e ne dedusse che doveva essersi arrampicata per scendere. E doveva averlo fatto con molta agilità’.
Guardando meglio, Anthis riusci’ a notare degli escrementi di cavallo pochi metri più’ avanti sul prato sottostante. E sia lui che Hishon, mai avevano condotto un cavallo in quel punto della proprietà’.
Giunse alla conclusione che l’assassina doveva essere fuggita verso nord: quantomeno era quello che indicavano i cespugli calpestati sottostanti, poiché’ scorgerla sarebbe stato impossibile attraverso le fitte fronde degli alberi.
-Spiriti del cielo! Spiriti del cielo, ma che razza di scempio orribile e’ avvenuto! CHI, MI DOMANDO! CHI MAI PUO’ AVER AGITO CON TANTA CRUDELTA’!-
Era la voce di Quancho. Quando Anthis discese nuovamente le scale, affranto, gli si paro’ davanti agli occhi una scena terribile.
Il suo amico era inginocchiato vicino al corpo della fanciulla morta, con la schiena curva su di lei. Gemeva, strillava, l’abbracciava e teneva il volto poggiato a quello di lei, strofinandolo e sporcandosi di sangue, digrignando i denti in una smorfia di estremo dolore mentre con una mano le teneva la testa e con l’altra si torturava la pancia. Come accortosi solamente adesso di ciò’ che era accaduto, Anthis si blocco’ a meta’ scale, come freddato da un colpo dalla schiena. Lasciò’ cadere rumorosamente lo spadino, e si guardo’ con orrore la mano che lo aveva stretto fino ad allora, sentendola sporca e marcia, agitandola furiosamente. Quindi torno’ a guardare il suo amico, torno’ a posare gli occhi su quella scena straziante e ad ogni grido di Hishon, che ancora aveva legato intorno alla fronte il nastro arancione dello sposalizio, il cuore del principe sembrava scoppiargli violentemente nel petto.
Questo sembrava dover accadere anche a Quancho, che si trovava in piedi a pochi metri dai due sposi. Il primizio aveva gli occhi sgranati ed il viso terribilmente pallido, gli cadeva molto sudore dalla fronte e dalla nuca. Aveva le mani giunte ma sembrava molto indeciso su cosa dire o fare, ora  teneva talmente strette le mani che sembrava volersi staccare le dita da solo, ed ora le disgiungeva per portarsele sul viso, a coprire malamente e tremanti la bocca spalancata che mostrava in tutta la sua lucentezza il filo di metallo.
Il tempo parve essersi fermato in un istante grigio e pungente, freddo ma allo stesso tempo di un intollerabile calore, ustionante. Sembrava che tutto il mondo fuori da quella stanza avesse smesso di esistere, e che il corso degli eventi si fosse irrimediabilmente concluso nell’attimo in cui Anthis si era bloccato sulle scale.
     Hishon quella mattina si era alzato di buon mattino, come stabilito, per terminare i preparativi per la sua partenza, e quella della sua novella sposa, da Vardah. Era rimasto a guardare Celeia che ancora era addormentata al suo fianco e le aveva dato un tenero baciò sulle labbra, per il puro  egoistico intento di vederla sveglia.
E cosi’ erano andate le cose. Celeia aveva aperto i suoi occhi scuri e brillanti, aveva sbattuto le palpebre dalle lunghe ciglia ed aveva accennato uno sbadiglio. Anche lei,proprio come Anthis ed il marito, aveva un pesante alito di vino e grappa ed un grande intontimento doloroso. Ma nonostante tutto, dopo aver veduto il dolce sguardo del suo giovane sposo aveva sorriso e si era stretta a lui, accoccolandosi sul suo petto.
Hishon non aveva resistito alla dolcezza della sua fata, della sua sposa. Era rimasto altri venti minuti a coccolarla ed a guardarla, godendone di ogni istante e carpendone ogni piccolo particolare; infine aveva rammentato dell’imminente partenza e si era alzato e vestito, promettendole che non appena sarebbero stati lontani da Vardah avrebbero avuto tutta una vita per stare insieme. Lei gli era allora corso dietro, gli aveva legato il nastro dello sposalizio intorno alla fronte e gli aveva sorriso.
    Se il futuro non fosse un manto oscuro ed inevitabile gli esseri umani saprebbero assai meglio come scandirne i minuti affinché’ non debbano più’ soffrirne gli eventi. Ma non e’ cosi’. Del futuro poco o nulla sappiamo realmente, e saremo sempre piccole ed impotenti vittime di un gioco troppo grande e potente per essere compreso e combattuto.
Pochi secondi prima che uscisse, Hishon si era fermato per il richiamo della moglie
-Mi raggiungerai per colazione?- gli aveva chiesto alzandosi seduta sul letto e coi seni scoperti
-Si’, certamente..!- aveva risposto il giovane con un gran sorriso –Ma tu comincia pure ad avviarti, appena la carrozza e’ pronta sarò’ subito al tuo fianco.-
Celeia non aveva risposto Aveva abbassato lo sguardo pensierosa per alcuni istanti, quindi aveva rialzato la testa e, inclinandola, aveva mormorato:
-Ti amo.. più’ della mia stessa vita..-
Sarebbe stata l’ultima frase che Hishon avrebbe sentito dire dalla fanciulla, ma non poteva saperlo. Per tutta risposta il giovane era tornato indietro, era balzato sul letto e l’aveva baciata, a lungo, l’aveva stretta a se’ ed aveva assaporato la piacevolissima sensazione del suo morbido corpo nudo. Avrebbe voluto possederla nuovamente, come era accaduto la sera prima e molte notti primaverili prima di quel nuovo anno; ma una sensazione di fretta e ansia lo strozzava, sapeva che non sarebbe stato tranquillo finché’ non fossero stati lontani da Vardah, e dunque c’era da approntare tutto per il viaggio.
Si era tolto dall’abbracciò, aveva salutato la sposa e si era catapultato fuori dalla stanza, richiudendo la porta dietro di se’.
Poi era entrato nelle stanze del principe senza pensarci due volte, ma si era bloccato di colpo non appena aveva visto Bamirla nuda al suo fianco. Dormivano ancora entrambi, ed il giovane figlio del guardacaccia aveva ben pensato di non svegliarli: si sentiva in qualche modo debito col suo amico d’infanzia, perché’ tanto egli si era occupato del suo sposalizio.
Dunque era uscito senza far rumore ed aveva richiuso la porta. Scendendo poi per le scale, aveva incontrato l’onorevole primizio bello sveglio, che si era subito proposto di aiutarlo con la carrozza ed i bagagli.
In quella, i due avevano udito distintamente un nitrito di cavallo. Ma non vi avevano fatto caso, poiché’ la tenuta era colma di cavalli, oltretutto c’erano anche quelli delle guardie e del cocchiere nelle stalle.
Se solo fossero stati più’ acuti e più’ anziani, Quancho ed Hishon si sarebbero certamente accorti che quel nitrito era assai più’ vicino a loro rispetto alla lontananza a cui si trovavano le stalle. Quel nitrito proveniva dall’altra parte delle mura della grande sala d’ingresso. Era vicino, era un cavallo troppo vicino. Era un cavallo che non doveva essere in quel posto, a quell’ora.

Ma Hishon e Quancho erano due giovani, ed i giovani quando hanno qualcosa per la testa facilmente si distraggono dalla realtà’.
   Non era difficile giungere a comprendere cosa fosse successo dopo. Celeia era scesa per far colazione, ma nella sala adiacente alla sala d’ingresso aveva incontrato la sua assassina.
La fanciulla aveva gridato per lo spavento ed Anthis era corso giù’ in suo soccorso, ma non aveva fatto in tempo.
    Il giovane principe si lasciò’ cadere seduto sulle scale.
Si senti’ impotente, vergognosamente piccolo ed inutile di fronte allo strazio del suo migliore amico. Lo guardo’ accarezzare i capelli della sposa priva di vita, lo guardo’ con immensa pietà’ dedicarle qualche impercettibile parola, come se potesse realmente ancora udirla..

Con incredibile impeto, Anthis si rialzò. Corse verso il suo amico e s'inginocchiò vicino a lui, lo strinse tra le braccia con forza.

Voleva condividere con lui quel momento.

Ma non solo la tristezza.

Scioccamente, si sentì in grado di dividere con lui anche la forza e la sopportazione di quell'angoscia così improvvisa e feroce.
Poi Anthis sobbalzo’. Si rivolse al primizio con una sola tremante parola:
-Bamirla.. .. ..?-
  Il primizio sgrano’ gli occhi e si copri’ la bocca con entrambe le mani. Quindi con uno scatto parve riprendere possesso del suo corpo, e corse letteralmente nella stanza accanto.
Anthis, ancora stretto al suo amico, scruto’ la porta dove era svanito il suo amico sacerdote, in attesa.
Di sottofondo, i singhiozzi ed i gemiti dilungati di un Hishon distrutto e senza pace.
   Pochi istanti dopo Quancho comparve nuovamente sulla porta della sala. Guardava dapprima per terra, tenendosi le mani sul collo. Quindi alzo’ lo sguardo verso il principe e ciò’ che quest’ultimo vi vide non gli piacque per nulla.
Anthis si copri’ il volto con una mano e fece un lungo sospiro. Il primizio si lasciò’ scivolare lentamente per terra, e cominciò’ a mormorare preghiere senza capo ne’ coda.

Erano dunque scese in due a far colazione. Ed avevano incontrato lo stesso terribile destino.
   Passarono dieci minuti. Poi venti.
Poi trentacinque.
Era passata quasi un’ora quando Hishon si alzo’ di scatto e con un ruggito disperato grido’:
-Dov'è’! DOV’E’ IL RIBUTTANTE ASSASSINO DELLA MIA SPOSA!-
Anthis venne spinto via e Quancho alzò il capo ed entrambi videro una furia assetata di sangue nel volto paonazzo del loro compagno.
Anthis si alzo’ in piedi, alzo’ le mani in segno di difesa e disse con un mormorio
-Hishon, io.. io comprendo il tuo dolore..-
-DOV’E’!- lo interruppe il giovane, scagliandosi verso di lui –TU L’HAI VISTO ANDARE VIA! DA CHE PARTE E’ FUGGITO?-
-Hishon ti prego ascoltami!- esclamo’ allora Anthis prendendolo per le spalle –E’.. e’ andato verso nord, ma  ti scongiuro non fare gesti avventati!-
-E’ MORTA! L’HA UCCISA!- strillo’ il giovane guardacaccia senza prestare attenzione al suo amico
–ADESSO LA MIA VITA NON HA PIU’ SENSO, CAPISCI?-

-Si..- mormoro’ Anthis abbassando lo sguardo -.. si, io capisco. Ho il cuore immensamente straziato, caro amico, piango al tuo fianco per qualcosa che non sarebbe dovuto accadere..-
Hishon continuava ad ansimare furente, i suoi occhi distillavano pazzia e caos. Tuttavia Anthis seguitò a tenerlo saldamente per le spalle, e poteva sentirlo fremere
-La mia vita.. la mia vita..!- gracchio’ Hishon –Deve pagare! DEVE PAGARE!-
  Detto questo, il giovane spinse violentemente via l’amico, che inciampo’ sulle scale e vi rovino’ sopra; quindi corse verso una grande porta di legno posta sotto le scale. La apri’ e vi scomparve dietro.
Anthis e Quancho udirono un gran rumore di ferraglia che cadeva e sfregava per terra. Poi Hishon corse fuori come una furia, e tra le mani aveva una spada corta infoderata, la teneva stretta come un tesoro. Continuo’ la sua corsa sotto gli occhi sbigottiti dei suoi compagni, attraverso’ il grande portone d’entrata del castello e quando fu fuori cominciò’ a gridare dalla cieca rabbia, dirigendosi verso le stalle.
Il principe ed il primizio scattarono in piedi ed uscirono anch’essi dal castello, in tempo per vedere il disperato ragazzo infilarsi nelle stalle ed uscirne in groppa ad un cavallo bianco sellato ed imbrigliato in fretta e furia.
   La bestia fu aizzata alla massima velocità’, e passo’ rasente ai due giovani che stavano correndo verso le stalle.

Questi allora la seguirono impotenti con lo sguardo, mentre il loro compagno si apprestava a superare il castello per dirigersi verso nord, dove Anthis aveva più’ che altro intuito fosse scappata la donna.
  -No! No, dannazione!- esclamo’ Anthis pestando duramente un piede scalzo per terra
-Che cosa possiamo fare?- chiese invece Quancho, preda del panico più’ totale
-Non lo so, non lo so! Io..!- sbraito’ Anthis, che si diresse verso le stalle –Devo provare a fermarlo! E’ completamente fuori di se’!-
-Dobbiamo avvertire le guardie!- gemette Quancho.
Anthis si blocco’
-Si..- fece –Si, giusto! Le guardie! Sara’ più’ facile fermarlo! Dobbiamo correre a svegliarle!-
   I due giovani si misero a correre dunque verso la casupola dietro le stalle, dove erano state ospitate le guardie ed il cocchiere di Celeia.
Nella mente confusa di Anthis, mille pensieri gli si scagliavano contro, anche se tuttavia la domanda era una e una soltanto: perché’ era successo tutto questo? Che significato aveva avuto?
Non ebbe ulteriore tempo per porsi altre domande. Quando difatti i due giunsero alle stanze delle guardie, ad attenderli c’era un vero e proprio massacro.

Ogni vittima era stata sgozzata che ancora era avvolta nelle proprie lenzuola, tranne una guardia, che si trovava distesa a pancia in giù’ nel piccolo corridoio.
   -Santissimo cielo che salva le nostre anime dalla dannazione..!- gemette Quancho dinnanzi a tale carneficina, sentendosi mancare
-No! Che possano bruciare tutti i diavoli!- impreco’ Anthis cadendo in ginocchio
-Non una.. non una sola persona può’ essersi macchiata di cotanta malvagità’..!- osservo’ il primizio, torturando il pendente sacro che portava al collo –Come..? Come può’ essere accaduto tutto ciò’ mi domando!-
Anthis scosse il capo esausto. Era vero. Non poteva essere stata una sola persona a fare tutto ciò’, probabilmente la donna aveva dei collaboratori. Non riusci’ a spiccicare parola in presenza della morte, ed nella sua testa era tutto sempre più’ caotico, sempre più’ rumoroso.
Tra tutti, un pensiero solo parve sembrare risolutivo. Cosi’, Anthis si alzo’ e si rivolse al primizio:
-Quancho, ho bisogno che tu esegua per me un compito assai pericoloso.-
Il ragazzo sgrano’ gli occhi. Ma non disse nulla

-Prendi un cavallo ed una spada.- ordino’ Anthis –E parti alla ricerca di Hishon, subito, prima che incappi in un membro del gruppo di assassini.-
-Si.. si, giovane signore..- rispose Quancho deglutendo rumorosamente
-Io partirò’ alla volta di Elsabrea.- annunciò’ il giovane, allontanandosi da quel luogo orribile
–Sarebbe stato più’ giusto scambiarci i compiti, ma purtroppo ad Elsabrea temo non basti più’ una mia lettera, dovrò’ andare di persona ad annunciare ciò’ che e’ successo e tornare a Vardah con i rinforzi..-
-Io.. capisco..- mormoro’ il primizio standogli appresso. Poi, con estrema tristezza nella voce: -E.. e dei corpi, delle guardie e.. e delle fanciulle.. cosa.. ..?-
-Oh..- Anthis si fermo’. Abbasso’ lo sguardo, fece un sospiro e decreto’: -Non abbiamo scelta. Per il momento non abbiamo tempo di celebrare un rito funebre. Prima partiremo entrambi, più’ sicurezza avremo di trovare Hishon vivo e, successivamente, gli assassini.-
-Prima avete parlato di.. una donna..- osservo’ Quancho
-Si, e’ cosi’.- spiego’ Anthis –Sono sicuro che si trattava di una donna. Una donna che adesso ha un polso spezzato.-
-Ah..- fece il primizio impressionato.

   Anthis diede al primizio la spada più’ leggera che aveva nella sua armeria ed il cavallo più’ veloce. Dopo averlo guardato partire, corse nella propria stanza, si infilo’ una tunica grigia e bianca, grandi stivali scuri, si infilo’ gli occhiali, preparo’ un veloce bagaglio e scese le scale.
Guardo’ un ultima volta il corpo senza vita di Celeia. Con le lacrime agli occhi, corse allora nuovamente nella sua stanza e strappo’ via dal suo giaciglio il lenzuolo. Poi andò’ nella camera adiacente e fece lo stesso.
Una volta sceso, copri’ con uno dei due lenzuoli la giovane sposa. Quindi entro’ nella sala accanto e gemette, quando vide il corpo senza vita di Bamirla supino vicino al sofà’.  Si avvicino’ dunque alla giovane, la rimiro’ per alcuni istanti poi copri’ anche lei con l’altro lenzuolo.
   Si allontano’ dalla stanza a gran velocità’.
Entro’ nuovamente nell’armeria e prese il suo spadone a due mani, perfettamente infoderato ed al suo posto d’onore al centro della stanza. Era uno spadone dalla lama larga e non troppo piatta, dall'elsa di cuoio nero, un’arma che un tempo era appartenuta al possente Gihalte e che aveva combattuto nella rivolta di Miradi. Solo Anthis era riuscito magistralmente ad impugnare ed a saggiare nuovamente la massiccia arma, poiché’ a differenza di suo padre Aganto egli era alto e dalle ossa robuste. Era la sua arma, senza discussioni. Ed aveva deciso di portarla con se’ senza un reale motivo.
    Il giovane figlio del governatore, oramai divenuto principe di Vardah, con lo spadone in spalla e la sacca in vita corse nelle stalle e sello’ un cavallo dal manto rossiccio

Subito dopo cavallo e cavaliere superarono a gran velocità’ dalle mura del castello, illuminati da un sole placido e sereno che, come da sempre era accaduto, non era stato minimamente intaccato dalla sofferenza degli uomini che aveva di fronte, e che anche quel giorno avrebbe compiuto il suo solito e perpetuo viaggio da est ad ovest.
La scogliera di Vardah era incantevole quel mattino. Le sue rocce affacciate sull’oceano brillavano pacifiche, ed una lieve brezza proveniente dal mare faceva danzare le foglie dei cespugli ed i verdi fili d’erba.
   Il progetto di Anthis era quello di raggiungere in un paio d’ore il grande fiume che risaliva il territorio. Molte navi risalivano il fiume dalla foce che si gettava nel mare fino quasi alla sorgente, poiché’ come metodo di spostamento nell’entroterra era assai più’ rapido e diretto della normale strada.
Una volta giunto dinnanzi al fiume, Anthis intendeva imbarcarsi insieme al cavallo su una piccola nave diretta al porto di Bodland, e da li’ proseguire fino ad Elsabrea ed alle sue mura di marmo bianco dalle porte d’argento.
    Un tale itinerario lo avrebbe impegnato per quasi cinque ore. Il tempo di farsi ricevere da suo padre, annunciare l’accaduto ed in meno di due giorni tutte le guardie governative sarebbero state a Vardah, per scandagliare ogni centimetro di foresta o paesino alla ricerca degli assassini.

Una volta conosciuta l'identità dell'assassina e del suo gruppo, condannarli a morte sarebbe stato un breve passo.
L’unica cosa che Anthis sperava con ogni granello del suo animo era di tornare a Vardah e trovare Hishon sano e salvo in compagnia di Quancho.
Un pensiero, terribile, si faceva lentamente largo tra le immagini che continuavano a torturare la mente di  Anthis, mentre il vento gli scompigliava i capelli e gli pungeva violentemente la faccia.
 Un pensiero. La donna.
L’assassina. Faceva parte di un clan, e dunque come ogni clan sicuramente il loro covo si trovava in una foresta nei dintorni di Vardah.
Ma, soprattutto, i membri dei clan erano sempre stati rinomati per la loro abilita’ negli omicidi, ed anche se un tempo tali efferati crimini rientravano in un contesto di motivazioni inerenti solo e soltanto allo stesso clan, negli ultimi trent’anni molti uomini politici o nobili si erano segretamente (ma in pratica spudoratamente) serviti di assassini professionisti per togliere di mezzo eventuali rivali od ostacolatori.
E dunque i morti che c’erano stati avevano un significato ben più’ preciso, e certamente non riguardava direttamente gli assassini. L’unica cosa che Anthis non riusciva a capire era come mai Hishon e Quancho fossero stati risparmiati.
Ammesso e non concesso che la donna fosse stata incaricata di occuparsi degli abitanti della casa e qualcun altro delle guardie, come mai nessuno dei due, o eventualmente dei più’, si era occupato di Hishon e Quancho, che erano tranquillamente allo scoperto poco lontani dal castello?
Gli assassini avevano agito con molta abilita’ e freddezza, poiché’ i due giovani non si erano accorti di nulla finché’ Anthis non aveva scorto la donna. Sembrava quasi che non avessero voluto in alcun modo intaccare o farsi vedere da Hishon e Quancho.
Perché’?
Dubbi e incertezze. Domande. Faccia a faccia con se stesso, lontano dall’orrore che gli era improvvisamente crollato addosso dopo il risveglio da una notte di festa, Anthis dovette constatare che quella faccenda faceva molta più’ paura di quanto non avesse già’ fatto al principio.





O4.




  Nonostante fosse riconosciuta come una vera a propria città’ autonoma, Oganboor era per la verità’ un complesso di enormi palazzi risalenti a più’ di cinquecento anni prima, costruiti all’interno di un enorme cratere in mezzo alla catena montuosa a nord-ovest di Elsabrea.
I palazzi di Oganboor erano unici nel loro genere, di un’architettura ricercata e suggestiva
Divisi tra di loro da strette vie perfettamente simmetriche, si innalzavano da terra dritti, dorati, colmi di particolari e decorazioni floreali. Torri, tetti e cornicioni, altissimi, terminavano tutti a punta verso il cielo. Porte e finestre, di legno laccato in oro o in rame, erano di sottile fattura, due volte più’ alti di una persona e molto spesso di ridotta larghezza.
Non erano propriamente edifici d’oro: benché’ coloro che vi abitavano erano probabilmente le persone più’ ricche del mondo, i palazzi, di pianta perfettamente quadrati o rettangolari, erano perlopiù’ d’ottone, con particolari d’oro.
L’agglomerato di edifici pareva brillare di luce propria. Sicuramente era un bene: trovandosi quasi del tutto infossato infatti, e circondato dai monti, il sole non riusciva a mandargli tutta la propria luce se non nei giorni estivi più’ afosi, ed allora il bagliore riflesso dei tetti appuntiti era visibile anche da Elsabrea.
La popolazione di Oganboor non aveva molto di che cibarsi. In quegli ambienti, era possibile coltivare, fuori dalle mura ovviamente, rape e bulbi, verdure e piante di vario genere piuttosto insapori che non avevano bisogno di molto sole.
L’allevamento era del tutto improponibile, mentre constatando le sorgenti presenti in ogni dove nei dintorni, a Oganboor si beveva l’acqua più’ buona e pura del mondo.
   Grazie al loro notevole denaro, gli oganboore potevano permettersi l’importazione di frutta e carni di altissimo pregio. Inutile dire che anche il mobilio dei palazzi era tra i più’ ricercati e costosi, cosi’ come i tessuti di abiti e biancheria da riposo come guanciali e lenzuola: ogni abitazione era colma di  sete provenienti dai deserti aldilà’ dei monti, che persino un governatore di una città’ come Elsabrea non avrebbe potuto comprare tutte in una volta.
   A Oganboor non c’erano molti abitanti, tuttavia in moltissimi palazzi era frequente che vi abitassero più’ famiglie assieme, poiché’ era usanza antica e comunque gli ambienti interni erano assolutamente spaziosi, immensi.
Il motivo di tutto questo sfarzo e ricchezza era semplice: Oganboor, che come ho già’ detto non era una città’ vera e propria, era la dimora degli ufficiali di sentenza.
Gli ufficiali di sentenza erano sicuramente il più’ alto grado miliziano presente sulla faccia di quella terra.
Erano guerrieri dal valore inestimabile, educati all’uso di qualsiasi arma e arte combattiva nuda;  si allenavano praticamente un giorno e studiavano quello seguente, la loro vita era un’infinita scuola di rafforzamento del corpo e dell’anima.
Questi guerrieri erano i boia inappellabili della nobiltà’. Quando infatti un contadino veniva condannato a morte, c’era il boia cittadino. Ma quando ad essere condannato a morte era un nobile, un consigliere, il parente di una persona importante, ecco che i tribunali cittadini, emessa la sentenza, inviavano la Tassa di Sentenza a Oganboor mediante un messaggero di alto livello, detto messaggero ufficiale. Una volta intascata la somma, i Primanti Ufficiali, ossia il consiglio a capo di Oganboor, inviavano un ufficiale di sentenza (c’era una lista ben precisa e gli incarichi venivano assegnati secondo il turno di lista) presso la prigione dove il condannato si trovava e, seguendo un certo rituale ben preciso, l’ufficiale si apprestava a soddisfare la sentenza.
A quel punto si pagava nuovamente una grande somma all’ufficiale, che tornava a casa.
Un tempo, tale somma serviva all’ufficiale per tornare a Oganboor. Ma naturalmente dopo aver riscritto innumerevoli volte lo Statuto Uffiziale, la somma si era notevolmente alzata, tanto che non solo l’ufficiale poteva tornare a casa ma addirittura comprarsi un’altra se avesse voluto e potuto.
Naturalmente nulla di tutto questo avveniva senza una benedizione sacerdotale, e questa poteva essere effettuata dai sacerdoti di Oganboor o da quelli governativi, non aveva molta differenza.
  Il fatto per cui, nonostante il gran costo, si continuava in tutto il mondo a richiedere il servizio degli ufficiali, si può’ teoricamente riscontrare con la tradizione: col passare degli anni, Oganboor era divenuta un’istituzione dai pilastri immemori e solidi come quelli del potere governativo, e mai si era messo in discussione un ordine tanto onorato, valoroso e antico come quello degli ufficiali di sentenza.
Ho detto teoricamente, perché’ in realtà’ c’era si una sorta di rispetto reverenziale, ma lo si doveva anche al fatto che quando un ufficiale partiva in missione, la sua disciplina era talmente forte che non esistevano ostacoli di alcun genere. L’esecuzione avveniva per sua mano, e niente e nessuno sarebbe riuscito a fermarlo.
Molti casi ci furon stati di ufficiali brutalmente uccisi da parenti dei condannati (giudicati poi colpevoli anche loro di uccisione di ufficiale, imperdonabile reato che non solo condanna a morte senza neppure processo, ma beffardamente prevedeva esecuzione immediata da parte di un altro ufficiale e due volte il pagamento della tassa ufficiale da parte del governatore), ma ce ne furono ancor di più’, di casi, di ufficiali tenaci e coraggiosi che dovettero inseguire per mari e monti alcuni condannati che erano riusciti a scappare.
Storica fu l’impresa di un ufficiale di sentenza, dieci anni prima, che per inseguire una nobildonna colpevole di aver ucciso il proprio marito, la insegui’ per due anni interi. I due, una volta faccia a faccia su un vecchio pontile, furono vittime di un attacco di pirati. Un colpo di cannone li scaravento’ in mare, e l’ufficiale perse entrambe le gambe, mentre la donna si ruppe solo un bracciò e svenne.
L’ufficiale allora, appesantito dalla sua tradizionale armatura di metallo bianchissima, riusci’ non solo a salvarsi, ma addirittura a portare la donna in salvo, nuotando fino ad una spiaggia vicina.
Una volta giunti sul bagnasciuga, nessun pirata fu cosi’ pazzo da finire l’ufficiale, primo perché’ appunto se qualcuno lo avesse visto sarebbe stato ricercato per tutto il mondo, secondo perché’ quando i pirati attaccano una baia vogliono solo rubare e depredare quanto possono.
  Dunque l’ufficiale era salvo, ed aveva salvato la donna. L’aveva scossa violentemente ed aveva cercato di farle sputare l’acqua. Poi, quando finalmente si era ripresa, l’ufficiale le aveva piantato la propria spada nel cuore. Tutto questo che ancora le gambe a brandelli perdevano sangue sulla sabbia.
L’ultima cosa che un ufficiale voleva, era che il proprio condannato morisse non per causa sua. Non c’era spregio più’ grande che il destino potesse fargli, non c’era disonore più’ grande di sapere di non essere stato capace di adempiere il suo compito.
Non si diventava ufficiali per caso o per eredita’. Agli ufficiali era permesso sposarsi ma era severamente proibito avere figli, la pena per un’eventuale gravidanza era assai dura.
Si diventava ufficiali perché’ lo si desiderava ardentemente, per questo non esistevano allievi ufficiali che avevano meno di vent’anni.
Non importava essere di ricca famiglia o possedere nozioni combattive. Dovevi avere un grandissimo senso del dovere, essere una persona di estrema pacatezza e serenità’ interiore, sana di mente e di fisico.
Prima di arrivare ad Oganboor l’allievo veniva a lungo istruito e tenuto d’occhio presso le Scuole Uffiziali, che si trovavano una in ogni città’. Se l’allievo dimostrava una qualche debolezza di spirito, una qualche parvenza di mancanza di disciplina, se dimostrava di non essere convinto o peggio, se dimostrava di volere solo la grande ricchezza che tanto si decantava sugli ufficiali, non ci sarebbe voluto molto prima che fosse espulso.
Un allievo inoltre, se ritenuto capace ma non ancora perfettamente formato, poteva rimanere nelle scuole anche più’ di otto, dieci anni. Non esistevano classi o gradi di studio: ognuno aveva il suo istruttore e stava a quest’ultimo constatare quando il ragazzo fosse pronto.
    Una volta giudicato tale, questi salutava il proprio maestro e partiva alla volta di Oganboor, con la sua lettera di presentazione nascosta affinché’ nessuno potesse sottrargliela.
Una volta entro le mura della città’, il giovane ufficiale veniva inserito nella lista e fatto sistemare in uno dei palazzi insieme ad altri giovani o a gruppi di famiglie, ossia le coppie sposate.
    La vita di un ufficiale era piuttosto tranquilla, come già’ detto passava le giornate alternativamente a studiare e ad allenarsi con le armi. Due giorni a settimana inoltre erano dedicati allo svago: chi componeva poesie, chi suonava strumenti musicali, chi dipingeva, chi si intratteneva con altri ufficiali con giochi da tavolino, chi leggeva libri narrativi e persino chi usciva dalle mura per giocare con una palla di cuoio o per bagnarsi nei laghetti di montagna.
Nel tempo di un anno era difficile che capitassero più’ di quattro incarichi, ma in qualsiasi momento, specie nei giorni di svago, si doveva essere sempre pronti a partire e sempre in ottima salute.
Le malattie degli ufficiali erano bazzecole. Un ufficiale rimaneva malato un giorno, forse due, ma non di più’. Si curavano con le migliori erbe mediche ed intrugli, senza contare il pregio della loro alimentazione, ed al loro fianco, tra le mura di Oganboor, oltre che ai sacerdoti si trovavano i migliori druidi e medici che ci fossero al mondo.
   Gli ufficiali avevano libero pensiero, ma gli era severamente proibito parteggiare vivamente per una qualche fazione, o esternare i propri pensieri con persone al di fuori delle mura di Oganboor.
Per fare un esempio, un ufficiale poteva pacificamente dire cosa pensava a proposito di un conflitto o di una persona importane ad un altro ufficiale, senza naturalmente mostrarsi particolarmente interessato, ma in alcun modo questo doveva accadere con persone di città’.
   Era un primo pomeriggio poco assolato, e la giovane figlia del conte Dil Tisbery si trovava a meta’ strada tra Elsabrea e Vardah, sognante e speranzosa poiché’ quella notte avrebbe coronato il suo sogno d’amore..
Come ogni giorno all’interno delle mura di Oganboor, le strade avevano una ridotta animosità’; di tanto in tanto gruppi di tre o quattro ufficiali, con le loro tuniche chiare a pieghe perfettamente simmetriche e lunghe poco sopra alle ginocchia, i calzari ed i bracciali di cuoio chiaro, passavano lungo le strette vie dai mattoni di marmo ocra, quasi in religioso silenzio.
Quel giorno al turno di vedetta delle mura era assegnato il giovane Gorlen. Dal fisico tonico, come ogni ufficiale, lo sguardo serio e la tunica a pieghe celeste, stava seduto sulla cima del cornicione di pietra azzurra delle mura, all’altezza delle grandi porte di ottone, completamente assorbito da una piacevole lettura di novelle.
Stava da poco cominciando il nuovo capitolo della novella sui dragoni dell’aurora, quando si accorse con gran sorpresa che due cavalieri si apprestavano a risalire l’ardua via che conduceva alla città’.
Chiuse il libro di pergamena e si alzo’ dallo sgabello per poter vedere meglio.
Era molto raro che giungesse qualcuno senza preavviso: i rifornimenti di cibo o le carovane che consegnavano acquisti ingombranti venivano solitamente preceduti da messaggeri, ma quelli, che il cielo lo avesse fulminato, non erano messaggeri. Assolutamente.
   Gorlen attese che i due viaggiatori giungessero in prossimità’ delle porte.
Entrambi stavano in groppa a due splendidi purosangue nerissimi, e mentre uno di loro aveva indosso eleganti abiti color selva, l’altro era totalmente coperto da un lungo mantello grigio scuro.
-Presentatevi!- esclamo’ Gorlen, stupito egli stesso d’aver pronunciato tale parola quel giorno. Fu il cavaliere dal volto scoperto a parlare, un uomo dai capelli biondissimi
-Sono il consigliere Meglew dalla città’ di Elsabrea!- esclamo’ solennemente, ma con una lontana tinta d’ansia –Vi prego di aprire le porte!-
-Che cosa desiderate?- insistette Gorlen, perché’ cosi’ gli avevano sempre insegnato
-E’ importante!- rispose l’uomo –Dobbiamo convenire con il Primante Edmoro Gircantes!-
Gorlen sobbalzo’. Non era mai successo che un visitatore chiedesse esplicitamente udienza ad un Primante. Già’ di per se’ l’arrivo di un visitatore era assai una novità’. Ne dedusse che doveva trattarsi di qualcosa di veramente importante
-E sia..!- rispose, un po’ incerto –Attendete!-
    Gorlen dunque si volto’ e scese giù’ per la lunga e ripida scalinata che conduceva sulla strada. Corse con quanta più’ forza pote’ con suoi calzari di cuoio, il cui suono echeggio’ per le strade e gli alti palazzi.
    Nel frattempo, fuori dalle porte, il consigliere Meglew sudava freddo.
Aveva sui quarant’anni, il viso rotondo ed il naso a punta, piccoli occhi blu. Nel parlare, si udiva spesso un difetto di pronuncia biascicante.
Con uno sbuffo di stanchezza, il consigliere scese dalla sella e sposto’ il grande mantello via dalle spalle accalorate.
Anche il suo cavallo ansimava. Aveva corso per molto, moltissimo tempo, senza mai fermarsi o rallentare. Una distanza che normalmente veniva percorsa in due ore e più’, i due cavalieri erano riusciti farla divorare alle proprie bestie in poco più’ di un’ora e mezzo.
Si massaggio’ il viso con le mani inguantate. Quindi si volto’ verso l’altro cavaliere, il cui volto era invisibile persino a quella distanza, ma non disse alcunché’.
Solamente:
-Le consiglio di scendere dalla sua cavalcatura.. E’ sfiancato, povero animale, sia cortese.-
Il cavaliere annui’ in silenzio. Con estrema grazia si alzo’ dalla sella e smonto’ da cavallo, lasciando cadere verso il basso una lunga gonna color indaco.
Pochi istanti dopo, i due cavalieri udirono un gran rumore metallico. Si voltarono verso le porte, che stavano lentamente cominciando ad aprirsi.
Dall’altra parte, il giovane Gorlen fece loro cenno di avvicinarsi, cosi’ i due cavalieri si avviarono entro Oganboor, trainando dolcemente le loro bestie per le briglie.
  Un ufficiale più’ anziano di Gorlen si avvicino’ a loro
-Prego signori, affidate senza timore i vostri cavalli all’ufficiale Farnish..- invito’ Gornel -.. e seguitemi, vi condurrò’ alla presenza del Primante Edmoro.-
     Il palazzo dei Primanti era il più’ alto, il più’ luminoso ed il più’ decorato di Oganboor.
Posto perfettamente al centro del cratere, e dunque nel punto più’ basso dell’agglomerato, contava ben trentasette torri, delle quali la più’ alta indicava il centro preciso della città’.
Quasi completamente d’oro, aveva cinquanta finestre in alabastro bianco ed un unica porta, altissima, in legno laccato e tempestato di perle e quarzi scintillanti.
Intorno alle torri più’ grandi vi erano larghi terrazzi dai cornicioni d’argento decorato sottilissimo.
All’interno, l’ingresso era immenso, illuminato da una decina di grandi candelabri; la pavimentazione era completamente in alabastro, mentre i muri erano ricoperti da lunghe scaglie d’oro.
   Il soffitto era alto poco meno di dieci metri, intarsiato di argento e arabeschi di fili dorati. Disseminate per tutto il palazzo, alte e snelle colonne semplici di marmo venato d’azzurro e giallo, che arrivavano con i capitelli al soffitto.
Due grandi rampe di scale conducevano agli altissimi piani superiori, dove avevano propria dimora i Primanti. In mezzo alle due scalinate si apriva invece un alto portone, largo due metri, tutto completamente di vetro decorato, che permetteva l’accesso alla sala più’ grande del palazzo (ma anche di tutta Oganboor), ossia la Grande Sala dei Primanti.
    All’interno, la sala aveva pavimenti e muri identiche a quello dell’ingresso, cosi’ come il soffitto.
Al centro della sala pero’ c’era un grande tappeto di seta bianca, su cui poggiava un tavolo di alabastro opaco, lungo e sottile come tutta l’architettura del luogo. Una fila di alte sedie dorate dai cuscini color ambra era posta vicino al tavolo, dalla parte opposta dell’entrata.
Alle spalle delle sedie, unico nel suo genere, stava un’enorme specchio che rifletteva tutta la stanza, amplificandone l’illuminazione.
Benché’ si fosse capaci, in quelle terre, di fabbricare occhiali ed altri oggetti medici dal fine meccanismo, gli specchi erano assai rari. Tenere uno specchio nella propria dimora, specialmente se in un luogo ben visibile agli ospiti, era sinonimo di lusso accentuato, una sorta di pavoneggiamento.
Dunque tenere uno specchio di quelle dimensioni in quella sala, che da secoli era sede degli accordi tra i messaggeri dei giudici governativi ed i Primanti, era indubbiamente un gesto di estremo autocompiacimento.
   Al centro della sala quel pomeriggio, si trovava un uomo, da solo.
Era di media altezza, da fisico non più’ tonico nonostante avesse poco più’ di quarant’anni.
Aveva la pelle abbronzata, grandi occhi azzurri preoccupati dietro un elegante paio di occhiali dorati, capelli a caschetto ricci color biondo scuro, volto magro e allungato.
Indossava la tipica uniforme da Primante: casacca liscia a collo alto bianchissima, bracciali dorati, spalle coperte da un lungo mantello color lilla.
A prima vista, si sarebbe detto che indossava degli impressionanti stivali di armatura placcati d’oro, lunghi fin sopra il ginocchio. Ma non era cosi.
Non erano stivali.
Era un attacco dei pirati. Erano un’esplosione, una donna caduta in acqua, una donna che andava salvata.
Una missione da compiere.
    -Onorevole.. onorevole Primante?-
L’uomo alzo’ il cupo sguardo verso la porta della sala.
Era comparso Gorlen, prostrato in un inchino teatrale
-Sono arrivati, signore, sono qui..- fece il ragazzo –Il consigliere Meglew..-
L’uomo sorrise ed annui’
-Falli passare.- ordino’ –Poi torna pure ai tuoi compiti.-
Gorlen assenti’ e s’inchino’ di nuovo, quindi usci’ dalla stanza camminando all’indietro per non dare le spalle.
Il Primante fece qualche passo verso il centro della stanza. La sua camminata era molto goffa, imprecisa, ma quantomeno riusciva a stare in piedi senza l’ausilio di bastoni. Di questo era sempre andato molto fiero, più’ che per il motivo per cui era rimasto menomato. Certamente non aveva più’ potuto prestare servizio come ufficiale; ma quando era riuscito a tornare ad Oganboor, dopo esser stato per quasi un anno in un villaggio ospite di due anziani e generosi contadini, ufficiali e Primanti l’avevano accolto con grandissimi festeggiamenti ed immenso calore; due settimane dopo era diventato Primante egli stesso, e da quel giorno aveva sempre dato prova di grande valore spirituale.
  -Primante Edmoro..-
-Oh..!- fece questo, avvicinandosi ai nuovi giunti appena entrati con un gran sorriso –Consigliere Meglew! Le do il benvenuto nella nostra splendida città’. E’ da molto tempo che non ci incontriamo..-
-La ringrazio, Primante.-fece Meglew non riuscendo a nascondere un cupa inquietudine –E’ sempre un piacere vederla..-
-Chi e’ questa persona con voi?- chiese il Primante, tentando di scrutare oltre il cappuccio calato del cavaliere.
Meglew non rispose, e fece un passo indietro con riverenza. Allora l’incappucciato si scopri’ il volto, e Meglew l’aiuto’ a togliersi il pesante mantello
-Voi..!- esclamo’ Edmoro con stupore, quando davanti a lui comparve una fanciulla molto giovane. Doveva avere poco meno di diciotto anni, ma era molto alta per quell'età’. La sua pelle era candida, bianchissima, ed aveva due grandi occhi castani chiari ed un volto rotondo, completamente scoperto poiché’ aveva i capelli legati in una coda di cavallo ricciuta e castana
-Onorevole Primante..- fece la fanciulla, esibendosi in un grande inchino
-Non.. non sono sicuro che siate proprio voi..- ammise il Primante con un sorriso, quindi alzo’ la mano verso l’uomo al suo fianco –Ma costui e’ proprio Meglew, dunque voi non potete essere che voi. Vi ricordavo che eravate poco più’ che una fanciulletta, ma guardatevi adesso.. Quale nobile beltà! -
Si chino’ per baciare educatamente il dorso della mano della ragazza
-Lei mi lusinga.- rispose la ragazza. Anche lei aveva un’ansia strana nella voce
–Ma abbiate pietà di me, onorevole Primante!- gemette difatti subito dopo, stringendogli una mano con entrambe le sue, ed il suo bel volto si tinse di dolore –Sono venuta a chiederle aiuto!-
-Aiuto?- fece Edmoro allarmato –Quale disgrazia vi e’ mai successa?-
-Si tratta del governatore Suaade!- esclamo’ la fanciulla. Edmoro aveva gli occhi sgranati su di lei, e la vide cadergli in ginocchio affranta
-Dovete aiutarmi, ve ne supplico! Non sapevo da chi altro rifugiarmi!-
-Meglew!- sbraito’ il Primante, giungendo le spalle della fanciulla –E’ possibile sapere cosa sia successo? Che cos’ha distrutto cosi’ la povera principessa Falina! Che cosa, vi chiedo!-
  -Una disgrazia, mio signore..- gemette allora Meglew scuotendo il capo –Ad Elsabrea e’ disceso il caos.-
-Vi prego! Lei deve aiutarmi!- fece nuovamente Falina alzando lo sguardo.
  Edmoro era confuso e spaventato. Cosi’ si guardo’ attorno, ma non vide nessuno, dunque esclamo’
-Balince! Balince, accorri!-
I tre udirono dei lesti passi giungere verso di loro. Un ufficiale dai lunghi capelli neri si precipito’ entro la sala e, dopo la sorpresa per la strana scena che gli era parsa davanti, chiese:
-Mi avete chiamato, onorevole Primante?-
-Balince, vai a chiamare Kadope!- ordino’ Edmoro –Sii lesto, non c'è’ tempo da perdere!-
Il giovane annui’ e corse via.
  -Che cosa e’ accaduto ad Elsabrea, consigliere Meglew!- chiese nuovamente Edmoro –Parli!-
-Si tratta del governatore Serlord, onorevole..- sospiro’ Meglew smarrito –Egli e’ stato ucciso.-
-Ucciso?!- esclamo’ Edmoro, e Falina scoppio’ in lacrime
-Ucciso!- ripete’ Edmoro –Il governatore Serlord! Ma com'è’ accaduta una tale tragedia?-
-Io.. Non ero presente, onorevole..- ammise Meglew –La principessa Falina si e’ presentata nella mia dimora all’improvviso..-
     -Che cosa sta succedendo, marito?- fece una voce, e tutti i presenti si voltarono verso la porta.
In piedi, con indosso una lunga tunica a pieghe color azzurro ed i sandali di cuoio bianco, c’era una donna alta, dal fisico robusto. Aveva lunghi capelli castani legati in una crocchia, labbra morbide e rosee, pelle chiara e grandi occhi verde selva. Indossava grossi gioielli d’oro agli avambracci e sopra alle ginocchia.

Una donna poco più che ragazza, sui trent'anni o poco meno
  -Kadope..- fece Edmoro con un sussurro –Ti prego, prenditi cura della principessa Falina, e’ molto debole e provata. Portala nelle nostre stanze e stalle accanto, che io ed il qui presente consigliere Meglew dobbiamo parlare di cose importanti.-
-D’accordo, marito.- rispose Kadope. La donna si chino’ vicino a Falina, e le poggio’ delicatamente una mano sulla spalla
-Coraggio, principessa..- le disse dolcemente –Venga con me, venga a sdraiarsi un po’.-
Falina singhiozzo’, ed annui’. Quindi Kadope l’aiuto’ a rimettersi in piedi, e le due si allontanarono lentamente dalla grande sala, seguiti dagli sguardi silenziosi dei due uomini.
La stanza dei due sposi ufficiali non aveva il soffitto alto come le altre. Era di pianta quadrata ed aveva i pavimenti in alabastro verde e le mura bianche. Sul grande letto posto al centro della stanza erano posate lenzuola di seta bianche e verdi mentre il resto del mobilio era tutto in oro.
Una grande finestra si apriva su tutta Oganboor, ed il panorama era fiabesco: alti tetti scintillanti e dorati tutti intorno, circondati da grigi monti: un cielo azzurro e sconfinato la’, in lontananza, terre verdissime, foreste, bianche cascate.
  Kadope fece sedere Falina sul prezioso letto, e corse subito a chiudere la tenda verde della finestra.
 
(PARE CHE DOPO UN PO' STO COSO IMPAZZISCA.. NON E' UNA SCELTA ESTETICA LO SFONDO BIANCO E LE SCRITTE NERE -.-)

January 20

Pagggine 1 - 11

 

01


      La stanza era illuminata da un fresco sole mattutino, che rifletteva i propri delicati raggi nelle bolle di sapone che scivolavano giù’ dalla bianca vasca di ceramica.
Questa poggiava sul pavimento di pietra grigio perla grazie a quattro zampette di ferro possenti e animalesche; il vapore dell’acqua calda aveva creato un patina umida che si era posata su ogni cosa intorno.
       Della bella e giovane Celeia era visibile solo la testa, in mezzo alle nuvolette di schiuma bianca e profumata;   i capelli lunghi e ricci erano raccolti alti sopra la nuca, come un piccolo e morbido turbante castano scuro. Sul bel volto pallido, dal mento finemente pronunciato e gli occhi neri come la notte, aveva un’espressione di gaiezza infantile.
Si cullava mentalmente e fisicamente in quel caldo bagno mattutino, giocava con le bolle di sapone con estratto di fiori di magnolia e rideva a bassa voce, sola, allungando i piedi fuori dall’acqua con fare vanesio.
Era felice, una felicita’ ansiosa. Di li’ a poco infatti sarebbe entrata la sua dama di compagnia, l’avrebbe aiutata ad asciugarsi, a vestirsi e ad improfumarsi. Poi sarebbero scese giù’ per le scale di pietra, avrebbero salutato il conte, suo padre, e sarebbero montate in carrozza.
Una volta a bordo, le attendeva una giornata intera di viaggio, fino alla baia sud. Celeia già’ poteva sentire il profumo del mare, e l’infrangersi delle onde sulla scogliera, e..
Un discreto bussare interruppe le sue fantasie. Dunque si volto’ con un gran sorriso:
-Si’?- fece con voce squittente
-Celeia.. Posso entrare?- fece una voce di la’ dalla porta di legno decorato, una voce gaia e giovane almeno quanto la sua
 -Certo, entra pure!- acconsentì Celeia.
  La porta si aprì, e fece capolino una giovane molto probabilmente coetanea di Celeia, dunque sui vent’anni, di piacevole aspetto ma un poco più’ trascurata. Una crocchia di capelli castani le stava perfettamente ferma sulla testa, ed indossava un lungo e prezioso abito color ocra, dalle maniche lunghe e ondulate
La dama si chiuse la porta alle spalle e si avvicino’ alla vasca, dove Celeia già’ si era alzata per pulirsi via la schiuma.
La giovane ancella aveva una buffa espressione: sembrava reprimesse una gioia accesa. Celeia se ne accorse, ma con modi quasi civettuoli fece l’indifferente.
Fece l’indifferente mentre la sua giovane damigella l’aiutava ad asciugarsi con un grande telo di cotone; fece l’indifferente mentre le faceva indossare uno splendido abito color selva e smeraldo; fece l’indifferente mentre le gettava addosso gocce di olio profumato; fece l’indifferente mentre le spazzolava i capelli..
Scesero le grandi scale in silenzio, tenendosi le lunghe gonne con le mani per non inciampare.
Nella grande sala d’ingresso, un largo tappeto rosso principiava alla fine delle scale e terminava fuori dall’immenso portone aperto, dove una carrozza d’oro e legno pregiato laccato di bianco attendeva le due fanciulle, carica di sacchi di velluto rosso rifinito in oro.
Aggiogati alla carrozza c’erano sei cavalli dal manto bianchissimo; dietro di essa invece, quattro guardie in armatura da viaggio sedevano in groppa ad altrettanti cavalli grigi, ornati dello stemma della famiglia del conte.
La servitù’ era in riga, con le mani dietro la schiena, testa reverenzialmente bassa, alla destra di Celeia.
Sulla sinistra invece, un nobiluomo dai radi capelli bianchi ed i baffoni, impettito in uno splendido completo marrone dorato, la guardava con occhi brillanti e commossi
Celeia non resistette, e corse ad abbracciarlo
-Padre!- gemette –Oh, quanto mi mancherete!-
L’uomo rise di cuore, stringendo la figlia a se’
-Suvvia mia dolce perla, non sei più’ una bimba!- disse –Starai via solo per la primavera, come ogni anno..-
-Ed ogni anno io vi rimpiango sempre, padre..- sospiro’ Celeia staccandosi dall’abbracciò ma continuando a stringere le mani dell’uomo –Penserò’ a voi ogni giorno!-
-Non dubitarne figliola, anche tu sarai sempre nei miei pensieri.- disse il conte con un dolce sorriso
–Ma ciò’ a cui dovrai pensare più’ di ogni altra cosa sarà’ certamente il tuo futuro insieme al principe Anthis. E’ fonte di grande orgoglio, per me, avere te come figlia, figurarsi vederti al fianco del nuovo governatore. Rendimi meritevole di tanta sicurezza!-
-Non mancherò’, padre! – fece allora Celeia, ed i due si diressero verso la carrozza, seguiti dalla dama di compagnia.
Il conte raccomando’ alla bella figlia altre cose, e le dedico’ altrettante belle parole di saluto.
Infine lei e la sua damigella salirono le scalette della carrozza, chiusero la porticina e salutarono il conte con la mano.
Il cocchiere aizzo’ i cavalli, e cosi’ fecero poco dopo le guardie.
Il conte guardo’ la carrozza della figlia allontanarsi sempre più’, e scorse un’ultima volta il viso di lei, che si era voltata per mandargli un baciò.
   Nella carrozza regnava il silenzio.
La dama di compagnia di Celeia, mani in grembo e schiena perfettamente dritta, scruto’ incerta la fanciulla seduta di fronte.
Questa la guardo’.
Quindi scoppio’ in una fragorosa risata, e batte’ le mani emozionata
-Oh, Bamirla! Bamirla!-
-Adesso ti riconosco Celeia!- squitti’ la damigella giungendo le mani come in preghiera –Mi avete spaventato! Che forse la mia amica d’infanzia e padrona si sente male?, ho pensato!-
Celeia rise ancora
-Hai ragione Bamirla, ti domando scusa! Ti ho preso in giro!-
Al che la damigella rise, e le due fanciulle si abbracciarono
-Quanto sono felice..- sussurro’ Celeia all’orecchio della fanciulla –E’ troppo tempo che ricevo sole lettere.. E’ troppo tempo che non sento il suo profumo su di me..-
-Celeia!- squitti’ a bassa voce Bamirla con un sorriso, ritirandosi di scatto –Non dire queste cose, non siamo sole, potrebbero sentirti.. Sono parole sconvenienti per una contessina..-
-Oh, che ascoltino pure!- ribatte’ la ragazza, guardando fuori dalla finestra della carrozza le foreste e le montagne lontane che scorrevano veloci –Sono troppo felice per farmi legare le ali da qualcun altro. Cielo, Bamirla, forse tu non sai come mi sento..-
Bamirla sorrise
-Non posso saperlo, cara, ma basta guardarti. O sentirti parlare. Anche un cieco riuscirebbe a percepire tutta la tua energia..-
-Oh, vorrei proprio sapere perché’ invece di risalire il grande fiume dobbiamo passare una giornata intera di viaggio!- si lamento’ con un pigolio Celeia –In barca mezzo giorno basterebbe per giungere a Vardah..-
-Il grande fiume accorcerebbe le distanze, e’ vero..- osservo’ la sua damigella –Ma e’ anche più’ pericoloso, lo sai amica mia. I briganti di fiume non aspettano altro che ricche dame che non vogliono perder tempo per derubarle o rapirle. La via terrena e’ quasi del tutto sgombra invece da tali pericoli.-
-La carrozza corre, ma ancora siamo ben lontani..- sospiro’ Celeia, senza badare alle parole di Bamirla –Eppure il mio cuore mi precede, egli e’ già’ a Vardah, tra le sue forti braccia, cullato dal dolce e ritmico suono del suo respiro.. Oh, fermati cuore mio! Aspettami! Risparmia per me qualche attimo di gioia, qualche suo battito di vita! Non tenere tutto per te..!-
D’un tratto, Celeia senti’ le mani della sua damigella stringere le sue. Si volto’ e la vide vicina
-Smetti di fantasticare, non serve ad altro che a recarti ansia.- le disse –Conta piuttosto gli alberi, conta le montagne o le nuvole! Che più’ ne saranno trascorsi, più’ il tuo amore e’ vicino! Una giornata ancora, cara, e sarai sua moglie ora e per sempre..-
Sul volto di Celeia fiori’ un sorriso grande. I suoi occhi si inumidirono per la contentezza, e ciò’ che disse successivamente fu lievemente confuso da un dolce tremore della voce:
-Ora sei tu che dici cose che non vanno dette, Bamirla! Il matrimonio e’ segreto, lo sai. Nessuno ancora dovrà’ saperlo, non prima che sia stato celebrato. Dopo potrai, e potrò’!, gridarlo al vento, al mondo intero.. E bearmi di ogni reazione intorno a me.-
-Ogni primavera e’ una festa, Celeia..- aggiunse Bamirla –Ma questa non ha eguali. La mia felicità per te e’ tale che mi sembra quasi stia accadendo a me, questo favoloso evento!-
-Ho portato anche il vestito di seta bianco, sai?- cinguetto’ Celeia, come tornata fanciullina e dimentica dei bei discorsi precedenti –Voglio indossarlo subito dopo lo sposalizio, poiché’ ha sempre detto che adora vederlo scorrere sui miei fianchi, quando me lo sfila di dosso..-
Bamirla sobbalzo’ ed arrossi’ pudicamente, coprendosi la bocca con la mano aperta
-Sempre più’ volgare, Celeia!- commento’ divertita –Presto più’ che una contessina sembrerai una cogli patate degli orti fuori dalle mura!-
Le due amiche si misero a ridere in coro, di gusto, proprio nel momento in cui la carrozza si apprestava ad attraversare uno splendido ponte di pietra su un largo fiume cristallino, dorato dal sole alto nel cielo terso. 
Il viaggio sarebbe continuato fino a tardo pomeriggio, per fermarsi un paio d’ore al villaggio di Fillios per pranzare e far riposare cavalli e cocchiere.
Le due fanciulle sarebbero scese dunque a fare una breve passeggiata per il grazioso paesello, sempre ben tenute d’occhio dalle guardie; infine si sarebbero riuniti tutti per ripartire e giungere in prossimità’ della baia sud.
Sarebbero giunti al calar della notte: dunque avrebbero pernottato a Gamdiger, poco lontano da Vardah, per poi ripartire alle prime lui dell’alba.





02.




  Un passero pigolo’ da qualche parte, nella foresta di alti alberi, echeggiando tra i raggi solari che penetravano dalle fronde come sottili fili dorati.
Tutto era verde e fresco, quasi umido vista l’ora mattutina. Grandi e rossicci tronchi di sempreverdi si innalzavano d’improvviso dal morbido terreno, sopraelevandosi imponenti e decisi verso un cielo appena sveglio ed appena visibile tra le foglie color smeraldo.
Una giovane cerva brucava placida su una piccola chiazza d’erbetta fine.
Fili di sole giocavano sul suo manto chiaro, mandando piccoli bagliori. Pacifica, inconsapevole.
Inconsapevole d’essere sotto tiro.
   A pochi metri da lei infatti, mimetizzato tra gli arbusti grazie a delle vesti grigie e verdi di poco pregio, un ragazzo sui venticinque anni stava immobile con un grande arco teso tra le braccia  ferme, la testa inclinata ed un occhio socchiuso.
Di media altezza, aveva il fisico tonico e la pelle abbronzata. Occhi dal taglio sottile, labbra carnose e naso lievemente sporgente e largo, capelli corti a spazzola castani.
Sul mento, pochi pelucchi.
Immobile.
Concentrato.
In perfetto silenzio. Inavvertibile come una pietra, cogitabondo come un esperto matematico.
Era pronto.
  Ma d’un tratto un rumore secco e acuto gli fece perdere la concentrazione. Gemette,  e per la sorpresa la freccia gli cadde dalle dita, rimbalzando sul morbido terreno.
Nello stesso istante, la cerva aveva drizzato la testa impaurita. Diede un rapido sguardo intorno e saltello’ via nel fitto della boscaglia.
  Le braccia del ragazzo caddero lungo i fianchi, e sul suo viso comparve un’espressione scocciata.
Il rumore infatti era stato un battito di mani. Qualcuno aveva battuto le mani affinché’ la cerva scappasse, ed egli sapeva benissimo cosa avrebbe visto se si fosse voltato.
Si volto’. Aveva avuto ragione.
   Alle sue spalle v’era un giovane della sua stessa eta’, vestito con abiti blu di un certo pregio, grandi stivali scuri e bracciali di cuoio.
Era molto alto, dal fisico possente. Stava ancora con le gambe semi piegate e le mani unite, come se avesse appena applaudito. E la faccia sorridente che lo rendeva un po’ ebete indicava che era proprio cosi’.
-Anthis.- sospiro’ il ragazzo coi capelli a spazzola –Sei proprio un idiota.-
Il ragazzo vestito di blu si mise a ridere, e con l’indice si sistemo’ gli occhiali che aveva sul naso
-Suvvia Hishon, era una burla.- ridacchio’ –Vedrai che adesso ti faro’ felice.-
-Perché’?- chiese Hishon incuriosito, accortosi della sacca di cuoio che il figlio del governatore aveva sulle spalle –Che cos’hai portato?-
-Qualcosa che ti farà’ scordare tutte le cerve di questa dannata foresta, oh mio diletto..- ghigno’ allora Anthis, inginocchiandosi per aprire la sacca. Hishon si avvicino’ con passo ansioso bambinesco, lasciando cadere arco e faretra per terra. Quando fu abbastanza vicino, s’inginocchio’ come il suo amico.
Anthis estrasse dalla sacca un bottiglione di vetro nero. Lo guardo’, si gratto’ la guancia pungente di barbetta di due giorni, quindi la fece oscillare davanti al naso del suo compagno
-Vino, suppongo.- disse ironico –Ma se non ti va, la porto via.. ti ricordo che tra non molto avremo ospiti.-
Hishon si mise teatralmente le mani tra i capelli
-Ah! Fanciulle o vino, fanciulle o vino! Il dilemma della mia vita di guardacaccia fallito!-
-Ti ricordo anche che abbiamo un matrimonio..- commento’ il figlio del governatore serio
-Dannata miseria, dimenticarlo come potrei?- rispose Hishon altrettanto serio.
   Si guardarono. Non parlarono.
Sorrisero quasi contemporaneamente, grotteschi come due maschere
-Beviamo!- esclamo’ Anthis
-Alla salute!- aggiunse Hishon, estraendo dalla sacca di cuoio due boccali di metallo.
  -Mio giovane signore!.. Mio giovane signore?- fece qualche momento più’ tardi una voce roca e femminile
-Oh.. e’ Darlon che ci cerca..- mugugno’ Anthis -.. mi sa che son giunte le fanciulle..-
-Probabile..- fece Hishon
-Darlon!- esclamo’ dunque Anthis alzandosi in piedi e pulendosi le labbra dal vino –Darlon, siamo qui!-
  Un istante dopo, comparve dagli alberi un ometto sui sessant’anni secco secco, vestito con pantaloni neri attillati ed una larga casacca di seta nera. In testa portava un buffo cappellino
-Mio giovane signore!- gracchio’ nuovamente l’ometto con voce roca e femminile, assumendo un atteggiamento formale e compunto –Vi informo che madam Celeia e’ giunta finalmente presso questa dimora, e si sta apprestando ad entrare!-
   -Benissimo Darlon.- rispose allora Anthis serio –Corri al castello e fa’ accomodare le dame nella sala grande. Ordina alla servitù’ di occuparsi dei loro bagagli, e manda il loro seguito a rifocillarsi nelle cucine. Poi sparite tutti dal castello, tornate alle vostre dimore. Noi arriviamo tra poco.-
-Sara’ fatto, mio giovane signore.- decreto’ Darlon inchinandosi. Quindi scappo’ a gambe levate verso il castello.
  Anthis lo guardo’ andare via. Non appena lo vide sparire, fece un lungo sospiro e dal suo viso svani’ ogni serietà’.
-Quell’ometto e’ incredibile..!- gracchio’ –Efficiente, per carità’, e molto.. ma devo sempre dirgli tutto ciò’ che deve fare!-
-Avvicinati, ti aiuto a sistemarti per la tua promessa sposa..- mormoro’ Hishon alle sue spalle, stirandogli con le mani la preziosa casacca blu.
    Il motivo per il quale Anthis si trovava ad una giornata di carrozza da Elsabrea da più’ di tre anni ormai e’ presto svelato.
Dopo il funerale di nonna Throu, il giovane figlio del governatore non era riuscito più’ a trovare pace.
La vita intorno a lui era continuata come sempre, e tolto il lutto cittadino niente pareva essere stato intaccato.
Ma Anthis si’, si sentiva intaccato nell’anima: era successo qualcosa di molto brutto in casa sua, nel luogo dove aveva sempre vissuto, qualcosa di brutto che nessuno sapeva o che tutti nascondevano.
Per molti mesi studio’ tutti i libri in suo possesso in cui si nominava il serillio; incontro’ segretamente druidi ed erboristi, maestri e persino medici, ma non lo misero mai al corrente di qualcosa che non sapesse già’.
Ben presto fu ossessionato dalla morte della sua bis bis bis nonna. Per la prima volta nella sua ancor breve vita, fredda come la lama di un coltello era presente in lui una strana inquietudine, sfiducia e sospetto verso i propri stessi parenti. Tutto lo rendeva dubbioso ed incerto; in breve non fu neppure più’ capace di parlare chiaramente col suo amico Hishon entro le mura del castello, percepiva occhi ed orecchie nascosti in ogni angolo buio, in attesa di carpirgli qualche segreto importante e mortale.
    Era dunque scosso e turbato, tuttavia pochi si accorsero di questa sua inclinazione, anzi solo due persone, Hishon (al quale Anthis aveva detto quasi tutto) e la secondogenita del governatore, sua sorella Falina. La quale pero’ era ancora una bimba, e poco si poteva fare in merito. Anthis le diceva che era stanco e finiva la storia, perlomeno per qualche giorno.
   Col passare dei mesi, Aganto e Suaade sistemarono i propri affari, e decisero di gemellare le proprie città’. In poco meno di un anno venne battuta una nuova grande strada di pietre che univa Elsabrea e Miradi, ed ogni elsabriano che visitava la città’ di Suaade tornava perplesso, asserendo che era un luogo assai strano, un poco ostile e freddo forse, ma con i suoi bei monumenti.
   Come già’ detto, Aganto era un brav’uomo e la sua arte guerriera era mirabile, ma non brillava per intuito.
Suaade aveva su di lui una grande influenza. Non ci volle un’esagerazione di tempo perché’ egli lo convincesse a creare una guardia cittadina armata come quella di Miradi, per garantire l’ordine.
Ordine che certo non mancava ad Elsabrea. Anthis  lo fece notare al padre quand’egli ebbe spiegato al figlio la propria intenzione, ma il governatore asseri’ che i nobili avevano denunciato molti furti negli ultimi tempi, ed era ora che i cittadini vedessero le proprie tasse tramutarsi in giusti servizi di protezione.
   Un anno dopo la guardia cittadina era completa ed organizzata. Nelle sue file si potevano trovare i peggiori ceffi di Elsabrea, sicuramente molti di quelli che avevano derubato i nobili, ed ora come beffa avrebbero pensato loro alla sicurezza dei cittadini.
   In breve arrivo’ una pesante aria di preoccupazione.
In ogni città’ era vietato girare armati, a meno che non si avesse avuto un permesso speciale di arrivo o di partenza che implicava un trasferimento, ma ogni uomo della guardia cittadina aveva una mazza ed uno spadino regolamentare, in più’ ad una corazza di cuoio. Essi giravano dunque in gruppo a qualsiasi ora ed in qualsiasi luogo: avevano il diritto e dovere di fermare qualsiasi persona ‘sospetta’, ed anche se non erano autorizzati ad attaccare per primi se desideravano intimidire qualcuno per puro diletto lo facevano senza troppe premure.
Anthis queste cose le sapeva, lui in città’ ci andava spesso.
Adesso non era neanche più’ un mistero, suo padre e sua madre erano venuti a conoscenza del passaggio segreto, ma l’amore e la fiducia che avevano per il proprio figlio li avevano convinti non solo a non punirlo in alcun modo, ma addirittura a donargli le chiavi del portone delle mura governative, in modo che fosse realmente libero di godersi la città’ durante le pause dallo studio.
     Per quanto riguardo’ la disonesta’ della guardia cittadina, non era servito a molto parlare a cuore aperto col padre, cosa che Anthis sapeva fare veramente bene quando voleva: il massimo vantaggio che ne trasse fu una ramanzina del governatore ai capitani della guardia, che a loro volta rimproverarono i sottoposti, i quali, a dimostrare che avevano capito bene la situazione, divennero più’ aggressivi e scorretti di prima.
  La goccia che fece traboccare il vaso e che fece crollare definitivamente i nervi di Anthis, ebbe luogo in un accogliente taverna di periferia, la Pernice d’Argento, frequentata per lo più’ da giovani contadini e braccianti, figli e padri del popolo semplice.
Il fato volle che quella sera Anthis e Hishon avessero voglia di un bel boccale di birra in compagnia di alcuni conoscenti (era una novità’ assoluta che un futuro governatore uscisse dal castello per mescolarsi alla gente nelle vie, figurarsi cosa doveva rappresentare addirittura vederne uno che socializzava con i giovani del volgo. La cosa era assai bizzarra, ma chiedendolo alle persone coinvolte la risposta sarebbe stata la medesima ogni volta: Anthis era si un principe, ma diamine, parlava e si atteggiava come un sempliciotto amichevole e volgare.), e che la Pernice d’Argento fosse la loro meta.
Seduti intorno ad un tavolo, palesemente ubriachi e piuttosto rumorosi, alcuni membri della guardia cittadina cantavano vecchi stornelli ed importunavano ogni fanciulla presente, accompagnata o meno che fosse.
Anthis e Hishon si erano dapprima limitati a guardarli di nascosto, con disprezzo, per poi parlare dei fatti propri.
Poi pero’ i boccali vuoti erano aumentati sul loro tavolo, e le voci di quegli individui si erano come fatte più’ acute ed alte, i due ragazzi non li tollerarono più’.
Cosi’, dopo aver visto l’ennesimo schiaffo sul sedere di una povera cameriera che altro non poteva fare che ignorare, Anthis era scattato in piedi sotto gli occhi sbigottiti del suo amico e dei compari seduti al loro tavolo, ed aveva esclamato a gran voce:
-L’ora e’ tarda, i signori non devono proteggere i cittadini domani?-
Era calato un silenzio freddo. Hishon aveva dapprima sgranato gli occhi. Aveva guardato il suo amico. Era ubriaco come non mai, i suoi occhi erano un misto di rabbia e intontimento, solito sorriso ebete sul volto dalla pelle chiara, i capelli ricci, corti e scuri, erano umidi di sudore e gli occhiali gli stavano storti. Hishon aveva continuato a guardare il suo amico.
Poi aveva guardato i guardiani cittadini.
Erano sei.
Enormi.
Perplessi.
Era questione di pochi secondi.
Sarebbe stato un massacro.
Accidenti al cielo e tutte le stelle..
  -Giusto, ben detto, i signori che fanno dunque?-
Aveva aggiunto il figlio del guardacaccia, ebbro e perfettamente consapevole, alzandosi pur’egli.
I loro compari si erano guardati a bocca aperta.
I guardiani si erano alzati e si erano fatti minacciosi.
L’ultima cosa che Anthis ricordo’, prima della titanica pioggia di violenza, fu l’atto del suo amico di togliergli gli occhiali e passarli alla cameriera per evitare che si rompessero.
Il giorno dopo nella dimora governativa scoppio’ un autentico putiferio.
  Anthis ed Hishon si erano risvegliati sul grande letto della camera di Anthis, ancora vestiti, col sangue secco sulla faccia e completamente doloranti .
  Ci fu un grande processo, poiché’ i guardiani erano stati furbi, ed avevano asserito che durante una ronda notturna due di loro avevano incontrato i giovani per strada ubriachi, e si erano offerti di accompagnarli a casa.
Ma i due giovani li avevano presi  a male parole, ed avevano cominciato a menare le mani, tentando di portargli via addirittura le armi regolamentari (reato punibile con cinque anni di prigione..). Era stato a quel punto, avevano raccontato le guardie, che i due di ronda avevano chiamato rinforzi.
  Il problema fu che Anthis ed Hishon non ricordavano molto bene come erano riusciti a tornare a casa, e questo peggioro’ la loro situazione, poiché’ le guardie si erano inventate una storia piuttosto convincente da qualsiasi parte la si guardasse.
Anthis si ricordo’ degli occhiali, ed asseri’ di non averli in quel momento poiché’ li aveva la cameriera della locanda..
Se i guardiani fossero stati più’ distratti, Anthis ed Hishon se la sarebbero cavata in grande stile.
Purtroppo avevano pensato a tutto. Gli occhiali vennero ritrovati sotto le lenzuola del letto di Anthis, ed i due imputati furono costretti a passare ben tre anni nelle prigioni della città’.
  Fu un periodo terribile, per i due giovani e per i loro familiari.
Madre e sorella di Anthis non facevano che piangere e soffrire per il loro amato ragazzo, mentre Aganto continuava ad inveire contro una delusione cosi’ grande.
Ramisante dal canto suo soffri’ in silenzio. Continuo’ il suo lavoro nel bosco di Elsabrea, ma non volle mai dire una parola a nessuno.
  Tre lunghi anni in carcere. Fu dura, tremendamente dura.
I due amici impararono cos’era la vera violenza a loro spese. Condividevano le celle con dei briganti, ladri o assassini, ed ogni notte, ogni singola dannata notte, era un interminabile attimo di paura e sospiri.
In quella galleria di cani rabbiosi ogni pretesto era buono per pestare duramente qualcuno, e non di rado venivano trovati cadaveri nei letti non certo morti per vecchiaia o malattia.
Dopo soli sei mesi, Anthis dovette imparare a fare a meno degli occhiali, ed Hishon rischio’ veramente ma veramente di finire male, se non fosse che fecero presto a cambiargli compagno di cella.
L’unica consolazione che li cullava era che nessuno dei propri familiari poteva assistere alla loro condizione, e del resto anche tra loro due si vedevano assai raramente, dato che erano stati assegnati a corridoi differenti e quella prigione era un vero labirinto, enorme, freddo e spietato.
   Un lungo periodo terrificante, abominevole. Tuttavia ebbe fine, i tre anni giunsero all’insperata conclusione ed i due giovani respirarono nuovamente l’aria di libertà’ che erano avevano ormai ventidue anni di eta’.
Una volta fuori, Anthis apprese con dolore che le cose ad Elsabrea non erano cambiate, anzi.
I guardiani avevano preso quasi il controllo della città’, limitandosi a terrorizzare i cittadini più’ poveri per paura delle rappresaglie politiche dei nobili, unica reazione indesiderata.
   Anthis, duramente provato fisicamente e mentalmente, quando apri’ nuovamente il suo cuore al padre non disse cose eleganti e contegnose. Sputo’ veleno su tutto quello che Elsabrea era diventata, ed aveva intimato il padre di fermare tutto e mettere in galera i guardiani.
  Ma Aganto aveva già’ i suoi progetti. La maggior parte di questi riguardavano proprio Anthis, la sua obbligata rinuncia al trono di governatore ed il suo immediato trasferimento nella lontana località’ costiera di Vardah, dove la famiglia Serlord aveva da poco acquistato un meraviglioso castello per l’occasione.
Vi fu poco e niente da fare. Anthis apprese con orrore e delusione che rinunciare a Vardah  significava tornare in prigione, e questo suo padre l’aveva detto senza guardarlo negli occhi, vigliaccamente. Andarsene in esilio non era una proposta, era un ordine.
    Anthis cedette. Altro non poté fare.
Si chiuse in se stesso, e perse ogni rapporto coi suoi familiari, persino con sua sorella Falina, quattordicenne, che tanto stava in pena e tanto lo amava.
    Il suo pensiero allora corse lesto verso l’unica persona al mondo di cui si fidava, l’ultima rimasta dalla morte di nonna Throu. Avrebbe Hishon accettato di seguirlo in esilio? Avrebbe egli fatto questo gesto di immenso affetto, abbandonando la sua casa ed il suo destino ad Elsabrea?
Questo ormai e’ ben noto. Fu l’unico e vero splendido evento che accadde da quando gli anni della prigione erano terminati.
Fu l’unico evento splendido, ma dopo il trasferimento presso Vardah le sorprese non giunsero al termine.
Poche settimane dopo la sua partenza infatti, Anthis ricevette una lunga lettera del padre che gli annunciava estremamente soddisfatto di aver preso una grande decisione insieme al ricco conte Dil Tisbery, di Elsabrea est. I due nobiluomini si erano accordati per un matrimonio, quello tra Anthis e la figlia del conte, Celeia Dil Tisbery, e nella lettera ovviamente e di nuovo era ben chiaro che il giovane aveva due scelte: sposare Celeia e vivere per una famiglia a Vardah o tornare in prigione.
Oh, naturalmente era tutto per il suo bene, questo Aganto aveva tenuto a precisarlo. Sposare la contessina e diventare conte, abitare pacificamente a Vardah per il resto della vita e mettere al mondo tre o quattro mocciosi per animare le lunghe giornate autunnali. 
     In tutto questo caotico ed impulsivo piano, una sola ruota dentata parve rallentare il meccanismo: lo stesso conte Dil Tisbery.
Il suo amore per la figlia era pari forse solo a quello che un tempo Throu aveva provato per Anthis. Egli l’amava più’ di ogni altra cosa, e la felicita’ della sua dolce perla veniva prima di ogni patto, governativo o meno che fosse.
Cosi’ le cose si erano svolte lente come un freddo inverno, poiché’ la figlia aveva esplicitamente chiesto del tempo per pensarci e soprattutto per conoscere il suo futuro marito. Il governatore ed il conte si accordarono dunque per far passare ai due giovani una stagione all’anno insieme, e fu scelta la primavera. Celeia era in grado di rifiutarlo, questo matrimonio: Aganto non aveva alcuna voglia di mettersi alla ricerca di un’altra nobile fanciulla, e Dil Tisbery non avrebbe mai fatto un torto alla figlia, dunque che fretta c’era?
Le forzature vennero evitate e le evitavano ancora: ecco che le primavere da una divennero due e, tuttora, tre.
In una situazione severa e immutabile come quella, Anthis era crollato su se stesso. Ben presto le discussioni con Hishon a proposito della morte di Throu divennero sempre più’ rade, fino a scomparire totalmente. Si sentiva vinto, ed era una sensazione terrificante. Ogni giorno combatteva per allontanarla e dimenticare tutto, ed ogni giorno era sempre più’ lontana.
Ci stava riuscendo.
Presto tutto sarebbe svanito. E comunque sia, in quel periodo non aveva alcuna voglia di autocommiserarsi: c’era da gioire, altroché’! Un matrimonio celebrato in segreto ed una fuga d’amore da organizzare e mettere in atto. Chi aveva tempo per pensare alle ingiustizie che il tempo aveva reso polverose?
   Quando Anthis ed Hishon entrarono nel grande castello dalle mura color avorio, Celeia e Bamirla sedevano su un lungo sofà’ di velluto rosso, di spalle, e cinguettavano gaiamente di sciocchezze e quisquilie.
Anthis e Hishon si fermarono sull'uscio della grande sala, e stettero a guardarle in un divertito silenzio per alcuni istanti.
Poi Celeia si accorse di loro ed il suo volto si illumino’, arrossendo impetuosamente, e si alzo’ dal sofà’
-Leggiadre fanciulle.. bentornate al castello di Vardah.- le saluto’ Anthis, esibendosi in un bell’inchino gentile –Vedervi ci riempie di infinita grazia.-
-Principe Anthis..- rispose Celeia, con occhi sfuggenti –Non riuscirei a spiegarvi neppure con mille parole la felicita’ che provo nel vedervi.. poiché’ essa e’ immensa.-
Si prese la gonna con entrambe le mani e s’inchino’ pur’ella, raffinata.
Poi i quattro giovani rimasero in silenzio, a guardarsi, a pochi passi di distanza.  Celeia si sforzava di tenere gli occhi puntati sul pavimento di pietra della sala, mentre Anthis continuava a fissarla con uno strano sorriso.
Attesero. Udirono solo i propri respiri. Hishon si gratto’ la testa, prestando ogni briciola della propria attenzione ad un grande arazzo appeso al muro, raffigurante una scena mitica di draghi e cavalli alati.
Attesero ancora.
Quindi da lontano, si fece sempre più’ vicino un buffo rumore di scarpette sulla pietra, rimbombante in tutta la sala adiacente.
Il rumore fini’, e Darlon si affacciò’ sulla porta
-Mio giovane signore?- sibilo’, sottovoce senza motivo
-Si?- fece Anthis voltandosi verso di lui
-La servitù’ ha appena lasciato il castello, ed e’ diretta verso le proprie dimore.- annunciò’ –Il seguito delle vostre ospiti e’ stato fatto tutto accomodare nelle stanze vicino alle cucine. Come avete ordinato, mio giovane signore.-
-Grazie Darlon.- rispose Anthis serio –E’ tornato il messaggero dalle cupole?-
-Si, mio signore, poc’anzi.- rispose Darlon –Annuncia che il primizio partirà’ questo pomeriggio per Vardah, sarà’ nei pressi del castello prima del tramonto.-
-Benissimo Darlo, sei stato molto efficiente.- fece Anthis con un grande sorriso –Prenditi due giorni liberi come il resto della servitù’. Puoi andare.-
-La ringrazio, mio giovane signore..- fece Darlon con un grande inchino
-Anzi, ci ho ripensato.- aggiunse Anthis –Prenditi quattro giorni, naturalmente ti saranno pagati.-
-Lei e’ immensamente buono, mio giovane signore!- esclamo’ il vecchio maggiordomo, sgranando gli occhi. Fece altri due inchini, quindi ne rivolse uno più’ elaborato alle due dame, si inchino’ nuovamente e fece per uscire
-Oh, Darlon..? Perdonami..- fece d’un tratto Anthis, e l’ometto si blocco’
-Si, mio signore?-
-Di cosa ti sei occupato oggi?-
Darlon si guardo’ intorno. Poi i suoi occhi si fecero brillanti
-Delle solite faccende, mio giovane signore.- rispose complice –E di null’altro.-
Anthis sorrise soddisfatto
-Bravo, mio eccellente collaboratore. Adesso vai pure, ci incontreremo tra quattro giorni.-
Darlon s’inchino’ l’ultima volta, quindi se ne andò’.
Ancora silenzio nella sala, disturbato solo dall’allontanarsi delle scarpette di Darlon.
Poi un sordo rumore di cardini arrugginiti, come un grande violino scordato. Infine, un secco botto di chiusura.
  -Mio amore immenso e sospirato!- esclamo’ Celeia, sciogliendosi di colpo, giungendo le mani al seno
-Oh, mia unica stella e ragion di vita!- esclamo’ invece Hishon, che allargo’ le braccia e corse ad abbracciare la contessina.
Il loro abbracciò fu forte, passionale. Si baciarono sulla bocca e sulle gote, lui le carezzo’ avidamente i morbidi capelli e la schiena, lei le strinse il volto tra le mani bianche. Quindi il giovane la strinse più’ forte e la sollevo’ da terra, cominciando a girare su se stesso e sbandierando la gonna della fanciulla come una nuvola. Emanavano gridolini di gioia, risate d’emozione, parole d’amore. Momento immensamente atteso era il loro, ed Hishon aveva ben nascosto da sempre la sua ansia e trepidazione. Era esploso tutto insieme, adesso, come un inarrestabile fiume di passione che aveva distrutto una diga di vetro invisibile.
   -Mi perdoni, mio giovane signore..- gemette Bamirla rivolta ad Anthis, con le lacrime agli occhi e la bocca coperta da una mano
-Oh, Bamirla, che vai dicendo..- sorrise il giovane scuotendo il capo –Anzi, tanta devozione ed affetto non fanno che renderti onore. Non molte dame di compagnia piangono dalla gioia dinnanzi alla felicita’ della propria padrona.-
Detto questo le poggio’ amichevolmente una mano sulla spalla. I due si sorrisero, per spostare nuovamente lo sguardo sui due giovani innamorati ed il loro incredibile ardore ritrovato.
     Le cupole nominate in precedenza dal giovane Anthis altro non erano che le Sacre Cupole Primiziali, edifici dalla forma rotonda e dai tetti color corallo, situati a nord della scogliera, aldilà’ del grande bosco di sempreverdi, che si stagliava per molte ore di cammino.
Questi edifici rappresentavano l’ultimo grado di iniziazione dei sacerdoti cerimoniali, individui la cui importanza era riconosciuta pressoché’ in tutto il mondo, poiché’ essi solamente avevano il potere di celebrare matrimoni, funerali, santificare festività’ e benedire o scomunicare gli ufficiali di sentenza, squadrone mercenario legislativo del quale avrò’ modo di parlare più’ tardi.
Un primizio aveva alle spalle ben dieci anni di istruzione religiosa: poteva dedicarsi alla celebrazione di matrimoni e funerali di nobili e plebei (e dunque non di governatori o consiglieri), all’istruzione infantile ed alla benedizione delle sole armi degli ufficiali di sentenza.
   Considerando che un primizio non aveva modo di percepire un reale stipendio, oltre alle rare occasioni un cui qualche benevolo fedele si mostrava generoso, era assai raro, se non quasi impossibile, che vi fossero allievi sacerdoti provenienti da famiglie povere o contadine.
Erano i primizi figli di nobili, e dalla propria famiglia essi ricevevano periodicamente un esiguo ma tuttavia sufficiente quantitativo di denaro che gli permetteva di possedere minimo un cavallo o un asinello(sarebbe bastato risparmiare tre soldini al mese per una stagione e si trovava una buona bestia a poco prezzo in qualche fattoria), una serie di tuniche grigie da primizi ed i libri che occorrevano. Di altro non aveva bisogno il giovane allievo sacerdote, poiché’ le cupole con cinque monete o poco più’ al mese garantivano una comoda seppur minuscola stanzetta, una mensa decente ed un cortile ove dedicarsi alla coltivazione degli orticelli od altri lavoretti semplici ed utili, sicuramente dilettevoli.
   Quella mattina il giovane Quancho Zirano si sveglio’ di buon’ora, che il sole era entrato benevolo e luminoso dalla piccola finestra in alto.
Come ogni mattina si stiracchio’ e sbadiglio’; si alzo’ dal letto di paglia e cotone e poso’ i piedi nudi sulla fredda pietra, avvertendo un brivido, quindi si tolse la tunica notturna e si infilo’ quella diurna, di tessuto di medio pregio, grigia come da tradizione.
Si lego’ in vita la corda bianca di seta da primizio, fece due passi e fu subito di fronte all’unico mobile della stanza, una cassapanca lunga un paio di metri di legno scuro che conteneva le tuniche pulite e sul cui coperchio piatto poggiava una ciotola colma d’acqua.
       Quancho si bagno’ le mani, e facendo molta attenzione a non versare l’acqua si sciacquo’ il viso.
Finita quest’azione si diresse verso la porticina di legno che l’avrebbe condotto fuori dalla stanza. Dinnanzi alla porta erano posti perfettamente allineati un paio di grossi sandali di cuoio, sui quali  giacevano due calzettoni pesanti, dello stesso colore della cintura.
Quancho se li infilo’ ai piedi, quindi calzo’ i sandali e si appresto’ ad uscire.
   Attraversando i lunghi e spogli corridoi della sua cupola, Quancho si rese conto che era realmente molto presto, poiché’ le porte dei suoi confratelli erano tutte chiuse, segno che dentro c’era qualcuno che riposava o pregava.
Poco male, penso’, avrebbe usato quel tempo che avanzava per cogliere qualche rapa nell’orto, cosi’ da portarle alla cuoca per fargliele lessare e farci la zuppa.
   Uscito dalla cupola, il sole lo avvolse tiepido e sereno.
Il grande cortile entro le mura di legno era molto ben curato; vi erano state piantate aiuole di rose e belle di notte intorno agli edifici primiziali, mentre un gruppo di susini verdeggianti faceva ombra alla stalla delle mucche, di forma rettangolare, ed alla piccola aia dove pigolavano pulcini e galline.
-Questo pollaio sarebbe da pulire..- si disse Quancho, affacciandosi sulla casetta di legno –Ma si, ci metterò’ pochi istanti, poi andrò’ a cogliere le rape.-
Quindi si drizzo’ sulla schiena e si diresse verso un capannino vicino alla stalla. Conteneva attrezzi ed utensili, e Quancho aveva bisogno di una paletta per grattare via lo sporco di gallina..
Pero’ si blocco’ a meta’ strada, poiché’ si accorse che c’era qualcuno nella stalla, oltre alle mucche.
Vide un giovanotto grasso e biondo vestito come lui e seduto su un panchetto, intento a mungere. Quancho entro’ nella stalla incerto, ma lo riconobbe quasi subito
-Ivaldo, anche tu cosi’ mattiniero?- chiese allegramente.
Il ragazzotto si volto’ sorpreso, e quando vide il suo confratello la sua facciona si illumino’
-Oh, buongiorno a te fratello Quancho..- disse, tornando ai suoi affari –Eh, stamattina il sonno mi ha lasciato presto, si si. Ed aveva proprio una gran voglia di un buon sorso di latte. Ne gradisci un po’?-
-No, ti ringrazio Ivaldo.- rispose pacato Quancho alzando le mani –Piuttosto, prima della lezione mattutina vorrei pulire il pollaio e cogliere qualche rapa per il pranzo!-
-Ottima idea, fratello!- rise Ivaldo –Solo un’anima veramente pia come la tua può’ svegliarsi e pensare di pulire il pollaio.. I nostri confratelli non lo farebbero neppure sotto tortura!-
Quancho si mise a ridere a sua volta. Stava per aggiungere qualcosa, quando il suono di una campanella attiro’ l’attenzione dei due primizi.
  Il suono proveniva dalla grande porta di legno, in fondo al grande cortile. I due giovani riconobbero una sagoma a cavallo da dietro le assi
-Chi può’ essere mai?- chiese Ivaldo facendo per alzarsi. Ma Quancho lo fermo’
-Non alzarti, fratello, me ne occupo io.- disse avviandosi –Anzi, son quasi sicuro che se si tratta di un messaggero desidera me.-
  Ivaldo non rispose, ma fu molto colpito da quelle parole. Guardo’ il confratello allontanarsi, quindi si rimise a mungere.
Pochi istanti dopo, il secchio era pieno per meta’ di un invitante liquido candido e profumato. Ivaldo penso’ di portarlo in cucina più’ tardi, ma che intanto ne desiderava ardentemente una mestolata.
Prese un grosso cucchiaio rotondo da minestrone che aveva preso in precedenza dalle cucine, e lo tuffo’ nel secchio mezzo colmo. Poi se lo porto’ alla bocca e bevve, assaporando contento.
Quando ebbe finito, poso’ il cucchiaio dentro al secchio e si alzo’ goffamente e con lentezza dallo sgabello. Si stiracchio’, ed alzando lo sguardo si rese conto che il confratello Quancho era ancora vicino alla porta, in piedi, di spalle.
Incuriosito, Ivaldo si diresse con passi pesanti verso il compagno.
Percorse il sentiero attraverso gli orti, scese due scalini di pietra, fece una cinquantina di metri e fu al fianco di Quancho. Quest’ultimo era completamente assorto nella lettura di una pergamena, una pergamena scritta con molta precisione e con molta cura.
-Chi ti scrive, fratello Quancho?- chiese Ivaldo curioso. Quancho aggrotto’ la fronte
-Un mio caro amico.- rispose –E mi scrive cose che già’ attendevo.-
Alzo’ lo sguardo verso il compagno
-Devo partire, Ivaldo. Sono invitato alla dimora di questo mio amico.-
-E’ una persona importante?- chiese lui, dimostrandosi assai acuto
-Si, abbastanza.- rispose Quancho, arrotolando la pergamena –Ma desidera solo la mia compagnia spirituale. Partirò’ questo tardo pomeriggio, cosi’ da giungere prima di sera.-
   Quancho Zirano era il figlio ventiquattrenne di un commerciante di pietre preziose. Era magro, di media statura, pelle olivastra, capelli corti e nerissimi cosi’ come i grandi occhi. Aveva i denti visibilmente distaccati tra di loro, e per non vederseli rigirati avrebbe dovuto tenere tutta la vita un sottile filo metallico che li attraversava orizzontalmente. Ogni volta che parlava sotto una gran luce, mandava piccoli luccichii.
Fin da bambino aveva ammirato gli insegnamenti religiosi, aveva sempre creduto negli spiriti e nel potere che i prescelti potevano esercitare per la loro sacra volontà’.
Quancho era di nobile animo, un romantico sognatore del bene e della felicita’ generale. Egli desiderava essere benedetto dagli spiriti per portare la gioia al prossimo, e dunque aveva preferito la via del sacerdozio piuttosto che quella commerciale che suo padre aveva progettato per lui.
    Aveva conosciuto Anthis per un futile caso del destino: al suo arrivo a Vardah recava con sé una lettera del padre che gli intimava di far benedire il castello prima di entrarvi, ed era stato scelto fratello Grima come portatore di santita’. Per un caso fratello Grima cadde da cavallo e si slogo’ una caviglia poco dopo la partenza dalle cupole, cosi’ subito il buon Quancho si era proposto di sostituirlo nella sua missione, mentre egli veniva medicato.
Quancho rimase esterrefatto dinnanzi all’accoglienza che ricevette dal nuovo padrone del castello, un giovane poco più’ grande di lui. Egli infatti non lo accolse come uomo di preghiera e spiritualità’, ma come un qualsiasi e benvenuto visitatore giunto da lontano.
Quancho si vide offrire dai due giovani (perché’ il padrone aveva sempre un compagno al suo fianco) un’estrema ospitalità’ ed un’inaspettata amicizia, ed in una sola serata si senti’ talmente a suo agio da considerare da quel momento in poi il castello di Vardah come una seconda casa. Anzi, molto meglio: come un luogo accogliente dove socializzare e bere vino, discorrere allegramente di qualsiasi argomento e dilettarsi col tiro con l’arco o la pesca.
   Fu cosi’ che il giovane primizio principio’ a frequentare spesso quel luogo, finché’ non divenne per lui l’unico posto dove correre ogni quindici giorni, durante la pausa di due giorni dallo studio.
La terza stanzetta del primo piano aspettava sempre e solo lui, per ospitarlo quell’unica notte, ed egli ogni volta si addormentava tra quelle mura col sorriso.
     Nelle ultime settimane tuttavia erano accadute delle novità’.
Quancho conosceva madamigella Celeia, e molto bene: nelle giornate primaverili nelle quali il primizio visitava il castello, avevano conversato molto durante lunghe passeggiate in mezzo ai salici piangenti dell’immenso giardino.
Sapeva del suo amore segreto con Hishon e benché’ fosse in teoria una cosa sbagliata visto che ella era promessa all’altro ragazzo, il primizio apprezzava molto la sincerità’ e la purezza del loro sentimento, e dunque non pote’ che essere d’accordo quando, una settimana prima dell’arrivo del messaggero, Anthis gli aveva chiesto di celebrare in segreto il loro matrimonio.
   Fu d’accordo, ma era anzichenò turbato dalla cosa: sapevano forse i tre giovani che stavano trasgredendo una sentenza già’ emessa? A quanto pareva dalla lettera successiva di Anthis si, lo sapevano, e non gliene importava assolutamente nulla.


January 15

Prologo

 

(se qualcuno legge e/o commenta questo testo poi proseguo a pubblicare il resto)

 

 


Se c’era una cosa per la quale la città’ di Elsabrea era assai rinomata, erano le sue colossali mura in marmo alte più’ di trenta metri, bianche come la neve e solide più’ della pietra più’ dura conosciuta.
Si innalzavano monumentali intorno alla città’ da più’ di cinquecento anni, e nulla era riuscito anche solo ad intaccarne la superficie liscia.
Nulla, neppure i cinque dragoni alati del nord che l’attaccarono, in preda ad un furioso quanto misterioso ardore, centosessant’anni prima, o la tremenda stagione di tornado, tempeste e grandini micidiali che riuscirono pero’ quasi a distruggere alcuni palazzi pochi eoni prima degli attuali tempi.
  Gli abitanti di Elsabrea non recavano oramai più’ rimembranza della costruzione delle portentose mura: essi si limitavano a viverci dentro, sicuri e felici in quella che era probabilmente la protezione più’ efficiente mai costruita dall’uomo.
Tuttavia, se c’era un sacro dovere che il Governatore di una città’ di quelle regioni aveva, indubbiamente era quello di conservare fisicamente, ma soprattutto mentalmente, memoria di ogni pilastro o mattone che fosse mai stato costruito od abbattuto all’interno delle mura, tenerlo costantemente presente e tramandarlo a tutti i propri figli, poiché’ tra tutti essi non necessariamente il primogenito avrebbe succeduto il genitore sul trono.
   Il Governatore di Elsabrea in quei tempi si chiamava Aganto, della famiglia Serlord.
Capace, non proprio brillante, ma deciso. Aveva succeduto suo padre come quest’ultimo aveva fatto col proprio, il quale invece aveva succeduto sua madre, seconda figlia in una numerosa progenie altrimenti totalmente maschile.
Costei, Throu Dil Cabrantis, era salita al trono alla tenera eta’ di sedici anni per volontà’ dell’allora morente padre.
Benché’ tale scelta fu accolta con molto scetticismo da parte del popolo ma soprattutto dai fratelli di Throu, i quali finirono tutti per emigrare dalla regione, la giovane fanciulla dimostro’ da subito quanta ragione avesse avuto in realtà’ suo padre nel donarle completa e concreta fiducia.
In poco meno di tre anni, Throu fu in grado di risolvere molti dei problemi che affliggevano Elsabrea in quei tempi, conquistando la felicita’ ed il rispetto del suo popolo e l’approvazione dei suoi consiglieri.
  Una grave calamita’ che pero’ la giovane governatrice non seppe vincere con le sue forze fu la tremenda  epidemia di febbre bianca, che avvolse la città’ in una nebbia di morte e disperazione.
Molti nobili ancora sani decisero di scappare, e presto anche i consiglieri di Throu svanirono, chi per salvarsi e chi invece perché’ non aveva fatto in tempo a farlo.
La governatrice, poco meno che ventenne, conobbe il suo periodo più’ nero. La malattia che serpeggiava nelle strade aveva fermato anche il lavoro ed il commercio, una vita di mercati e scambi si era come assopita. Elsabrea stava morendo.
   In quelle regioni ogni città’ aveva una propria coscienza ed era a se’ stante; non si vedevano guerre da secoli, ma allo stesso tempo carità’ e fratellanza  erano lussi che raramente si concedevano fuori dalle mura.
Fu a quel punto che Throu sacrifico’ ogni sua libertà’ per il suo popolo, gesto che ancora oggi gli elsabriani rimembravano grati e sorridenti.
La governatrice infatti si ricordo’ di un ballo, una festa, che suo padre aveva dato in onore dell’anniversario di nascita del suo terzogenito.
Throu all’epoca aveva poco più’ di quattordici anni, ed anche se intelligente e acuta era pur sempre una fanciullina tenera e ingenua, una bimba.
In quell’occasione si era fatto avanti un giovane uomo. Giovane, certo, ma pur sempre uomo e non più’ ormai fanciullo da tempo..
 Era elegante, con un grande mantello verde scuro da cerimonia calato sulle spalle. Le aveva detto qualche parola gentile, le aveva chiesto di danzare e lei aveva accettato.
Poi l’uomo se n’era andato e lei lo aveva visto confabulare con suo padre, il governatore.
Il mattino dopo, Throu aveva appreso con gran sgomento che l’uomo, il cui nome era Tideo Serlord, aveva chiesto la sua mano.
La giovane non seppe che rispondere, e Tideo fu invitato per cena la sera stessa.
Nessuno aveva fatto parola del matrimonio, e tutto si era svolto in grande serenità’ e spensieratezza.
Poi non l’aveva più’ rivisto, e le sue damigelle più’ grandi nei giorni seguenti le avevano raccontato cose orribili di quell’uomo gentile, le avevano raccontato che era stato un pirata, un poveraccio che aveva vissuto la sua vita per mare ed aveva rapinato imbarcazioni di persone per bene, le avevano detto che era stato sposato ma che sua moglie era morta in circostanze misteriose, cosi’ come la sua giovane figlia, e per questo da allora nessuna donna voleva più’ stargli accanto..
Era tutto vero, in effetti. O cosi’ almeno Throu aveva sentenziato a se stessa dopo aver chiesto ai consiglieri del padre, ai mercanti di corte e persino al giullare di turno. I giullari viaggiavano molto, per fermarsi nelle reggie e nei castelli per divertire e guadagnare qualche moneta d’oro, dunque chi più’ di loro nel castello governativo poteva sapere cosa accadeva fuori dalle mura?
Era vero dunque, tutto vero. Tideo Serlord  era un stato un poco di buono fino a una decina d’anni prima, quando era entrato misteriosamente in possesso di una gran quantità’ di oro ed si era messo in affari, come capitano di una flotta di esportazioni ed importazioni.
Il suo passato era un fosco mistero, tuttavia moltissimi governatori si affidavano a Tideo, ed egli faceva molto bene il suo lavoro, a tal punto che cinque anni prima era giunto a moltiplicare notevolmente patrimonio e navi.
Nessuna donna voleva sposare un uomo come Tideo, nonostante  oltre ad apparire gentile e curato fosse anche assai ricco..
Throu fu disgustata da quell’uomo. Le dava il voltastomaco pensare che fosse un bugiardo viscido e losco, cosi’, nel pieno potere che aveva ogni fanciulla sulla faccia di quella terra (a parte nel regno di Miradi.. ma ne parlerò’ più’ tardi), rifiuto’ categoricamente il matrimonio.
Erano passati poco meno di sei anni da quella volta, ed ora Throu aveva paura.
Per la prima volta nella sua giovane vita, aveva una dannata paura. Per se’ e per il proprio popolo.
Non poteva permettere la totale caduta di Elsabrea.
Fece inviare una lettera a Bamgla, la città’ dove viveva Tideo Serlord, e prego’ gli spiriti affinché’ tutto andasse nel migliore dei modi.
Passarono i giorni.
Quindi, arrivo’ una lettera al castello governativo. Quindici giorni dopo, Throu Dil Cabrantis e Tideo Serlord si sposarono, ed ella eredito’ come da tradizione il cognome dell’ormai cinquantenne marito. Divenne Throu Serlord, ed il suo regno fu salvo.
L'attività’ del marito adesso era anche di sua proprietà’ infatti. E la giovane novella sposa lavoro’ moltissimo affinché’ milioni di boccette di olio di bacca grigia e polvere di quarzo desertico giungessero ad Elsabrea dalla lontana penisola di Zuabitta, grazie alle navi ed all’oro di Serlord.
L’olio debello’ il virus della febbre bianca in meno di una stagione, polverizzando il ceppo più’ ardente che si trovava nelle zone periferiche. L’incubo era finito.
Ci vollero quattro anni ad Elsabrea per rialzarsi dalla crisi. E molti nobili tornarono alle proprie case, chiedendo clemenza alla governatrice (che nonostante il matrimonio non aveva assolutamente perso ne’ potere ne’ prestigio), la quale la concesse senza obiezioni, incantata e felice com’era per la vistosa rinascita della sua città’.
Felicita’ era una parola pero’ assai effimera, se riguardava la governatrice Throu Serlord.
Ella era contenta, e molto, per il suo popolo e per ciò’ che era riuscita a fare. Ma non si poteva dire che che fosse felice: nessuna donna, specie se giovane, poteva essere felice in un matrimonio di convenienza, perché’ nelle terre dove si ergeva Elsabrea il matrimonio era una corda legata assai stretta al polso: indiscutibile, indistruttibile. Throu era condannata a passare il resto della sua vita con un uomo per il quale non provava altro che ribrezzo misto a costante indifferenza.
Le cose non cambiarono neppure quando nacquero i loro figli.
Throu aveva scoperto una nuova gioia, eppure non era ancora felice.
  Poi il suo primogenito sali’ al trono come governatore, pochi mesi dopo la morte del padre Tideo.
I governatori potevano decidere di abdicare in favore del figlio o altra persona in qualsiasi momento purché’ la situazione della città’ fosse stata ottimale; la cosa accadeva mediante un sacro ed ufficiale rituale a cui presenziavano nobili, sacerdoti, consiglieri governativi e naturalmente governatore uscente e governatore entrante. Throu aveva abdicato all'età’ di cinquantuno anni in favore del figlio che si era dimostrato tanto intelligente ed adatto. Gli aveva dunque tramandato poteri e doveri di un governatore, e naturalmente anche la storia delle mura di marmo della città’.
Il giovane salito al trono era Fantis. Governo’ non in maniera eccellente come sua madre, ma in modo accettabile e tranquillo.
Poi Fantis sposo’ la figlia di un nobile commerciante di seta e da lei ebbe un unico ma capace erede, Gihalte.
Gihalte era orgoglioso, amante delle armi e della guerra, ma non si deve pensare che fu un sanguinario ed ingiusto governatore.
Egli grazie alle sue passioni riusci’ ad infuocare gli spiriti dei giovani elsabriani, che riscoprirono la gioia delle gare sportive e dei giochi competitivi come il tiro con l’arco e la giostra.
La gioventù’ di quei tempi fu accesa nello spirito, che divenne combattivo e ardito: non mancarono assolutamente gesti inconsulti che furono duramente puniti, ma neppure gesti eroici e battute di caccia memorabili.
Le porte d’argento si aprirono sempre più’ spesso per far uscire gruppi di giovani in cerca di avventure. Tornavano giorni dopo stanchi e soddisfatti, e finivano la nottata a bere birra nelle taverne ed a raccontare le proprie gesta.
Quando Gihalte emano’ un bando per formare gruppi di guerrieri, nessuno si stupi’ della sorprendente quantità’ di giovani che si iscrissero.
Era in atto una feroce rivolta nella città’ di Miradi infatti e Gihalte, che aveva stretto una forte amicizia con il giovane governatore mirade Suaade, aveva deciso senza pensarci due volte di correre in suo soccorso.
Ad Elsabrea certe notizie non giunsero, ma nei dintorni delle mura di pietra ocra di Miradi si sapeva benissimo che il popolo di questa città’ era strozzato da una pesante serie di tasse ed obblighi pretesi dal governatore Suaade, che altro non era che un brigante salito al trono grazie ad un matrimonio combinato con la figlia del precedente Governatore.
Era dunque un brigante, un assassino ed un avido.
Ma la ribellione fu spenta, grazie all’aiuto di Gihalte ed ai suoi guerrieri.
 Morirono molti meno elsabriani di quanti si aveva temuto, ma lo spirito combattivo si era assai acquietato ed assopito, quello che la città’ voleva adesso era tranquillità’ ed il ritorno dei figli alle proprie famiglie.
Gihalte torno’  dalla battaglia con una gamba in meno, ma questo non gli impedì di trovare una bella moglie, la ricca sorella di un consigliere. Da lei ebbe un primo figlio, Ebonte, che purtroppo mori’ in giovane eta’ cadendo da cavallo.
La città’ tenne un sincero lutto per quasi un anno.
Ebonte era stato un bambino silenzioso, dal carattere chiuso e ombroso: nessuno, nei suoi dieci anni di vita, era mai riuscito a strappargli un po’ d’amore. Egli fu come un raggio di luce fredda nella vita della famiglia governativa.
Il sole torno’ pero’ a splendere prima del previsto: la bella moglie di Gihalte infatti era di nuovo in dolce attesa.
Nell’estate di quell’anno nacque il secondo figlio del Governatore Serlord e fu chiamato Aganto.
  Vista la precedente esperienza, Aganto fu trattato con enorme, quasi eccessiva, cura; ogni mattina appena sveglio, Gihalte mandava un medico o un druido nella stanza del figlio che, assistito dalle guardie più’ fidate, visitava il bimbo e lasciava sul comodino di legno qualche boccetta medica preventiva.
(Druidi o medici non erano molto differenti: entrambi guarivano dai malori e dalle ferite coi soliti risultati, solo che il primo si appoggiava ai poteri curativi delle piante mentre il secondo sugli strumenti tecnici e spesso anche sull’influenza delle stelle.. Solitamente infatti la differenza tra i due stava nel momento della giornata: se ci si sentiva male di notte, era più’ facile trovare un medico, viceversa il druido di giorno).
Nonostante i timori, Aganto crebbe forte e bello, sanissimo. Era l’orgoglio di suo padre, divenne un eccellente cavallerizzo, maestro di tiro con l’arco e splendido spadaccino.
Nel frattempo a Miradi, le cose andavano sempre peggio.
Di rivolte non ce ne erano più’ state, ma Suaade seguitava ad accumulare oro su oro e potere.
Egli cambio’ un numero impressionante di mogli, e per cambiare si intende uccidere la precedente sposa, e questo gli fu possibile poiché’ nel regno di Miradi era stata rispolverata una legge governativa matrimoniale di stampo ancestrale; vecchio dunque, vecchissimo ordine governativo che toglieva dignità’ e potere decisionale alle fanciulle di qualsivoglia ceto sociale. Non solo si era in tempi in cui un contadino poteva essere ucciso dalle guardie governative senza che nessuno potesse ribattere, ma si era anche in tempi in cui questo poteva accadere perché’ il governatore od un suo amico si era invaghito casualmente della moglie del pover’uomo. Oltretutto, come già’ detto, questa non poteva rifiutare la proposta.
Suaade pero’ non era un uomo eccezionalmente avido di donne o un amatore insoddisfatto.
I suoi continui matrimoni erano dovuti al fatto che nessuna donna era capace di dargli un erede. Dunque ella era inadeguata e veniva uccisa, o allontanata dalle mura di Miradi in totale povertà’, ed il governatore doveva risposarsi di nuovo. Inutile dire che il vero problema era egli stesso: il druido di corte, suo unico curatore, sapeva benissimo infatti che Suaade era nato internamente malformato ed aveva un’inefficienza dei testicoli, ma non era certo cosi’ sciocco da svelare l’arcano al padrone, che certamente l’avrebbe accusato di calunnia e l’avrebbe fatto uccidere. Oltretutto tentare di procurare un erede a Suaade tramite un sotterfugio era da escludere: le fanciulle, le rare volte che non erano in compagnia di Suaade, erano sorvegliate costantemente.
Dunque il segreto della malformazione era rimasto tale da sempre, e giovani e belle fanciulle miradi continuavano a morire o ad essere esiliate.  
C’era violenza ed ingiustizia, a Miradi.
Eppure, Gihalte aveva frequenti scambi di visite e lettere con Suaade.
Lo stesso figlio di Gihalte, Aganto, provava una discreta simpatia per Suaade ed in breve decise di seguire il padre ogni qualvolta si recava a Miradi, ed insisteva affinché’ nelle lettere ci fossero anche i suoi più’ calorosi saluti.
   Poi Gihalte mori’ per una malattia respiratoria, e Aganto dovette salire al trono.
Se ci avete fatto caso, non vi ho parlato della morte di Throu Serlord, nonna di Gihalte. E non vedo perché’ avrei dovuto, visto che quando Aganto divenne Governatore di Elsabrea, ella era ancora in vita.
Proprio cosi’.
Può’ sembrare incredibile, ma la forte e nobile Throu era ancora viva ed in salute, benché’ molto, molto vecchia..
Viveva nel castello, ed era sempre rimasta spettatrice delle azioni dei suoi eredi.
Aveva protestato con Gihalte quando egli aveva deciso di inviare i rinforzi a Miradi, ma lo aveva fatto esclusivamente per non mandare giovani elsabriani a morire. Probabilmente avrebbe protestato assai maggiormente se avesse saputo la verità’ sul governatore Suaade, ma come ho già’ detto certe notizie a Elsabrea non riuscirono a giungere mai.
   Throu voleva molto bene ai propri eredi.
Ho errato quando prima ho detto che Ebonte non amo’ nessuno: difatti, fu proprio Throu l’unica persona che fu capace di entrare nel suo piccolo cuore, ed essi ebbero un forte rapporto affettivo di cui non tutti erano realmente consapevoli a palazzo.
Poi giunsero altri eredi.
Ma solamente uno di essi amo’ più’ del nipote che ormai era morto: si trattava del primogenito di Aganto, Anthis.
Anthis era un bambino allegro, sano e forte. Fin dalla più’ tenera eta’ era costretto ad indossare un paio di vetri ottici dalla montatura in ferro a causa di un difetto alla vista, e questo lo rendeva simpatico e molto tenero alla vista delle dame di corte di sua madre (a quei tempi erano gli alchimisti a costruire strumenti medici fisici come occhiali, piccole protesi facciali e otturazioni in metallo che avrebbero poi usato i dentisti..).
Era intelligente e molto curioso. Quando non aveva lezioni di arte o combattimento, si aggirava per il castello ficcando il naso nei posti più’ nascosti. Ed un castello di stanze segrete ne aveva a bizzeffe..
Aveva anche trovato un vero e proprio piccolo passaggio segreto, grazie al quale riusciva a sgattaiolare fuori dalle mura governative ed a bighellonare per la città’. Ironicamente, Anthis a dodici anni conosceva Elsabrea meglio di suo padre e sua madre messi insieme, che non facevano che stare nel castello per occuparsi degli affari governativi.
Throu si era letteralmente innamorata di quel bambino cosi’ vitale, e niente le aveva fatto cambiare idea, neppure la nascita della secondogenita Falina, otto anni dopo.
Non passava notte che l’anzianissima donna non entrasse nelle stanze dell’erede al trono per raccontargli una favola, insegnargli una canzone, narrargli qualche sua avventura giovanile.
Ed Anthis ascoltava, in silenzio e con emozione, e non dimenticava mai nulla di ciò’ che la sua bis bis nonna gli raccontava.
Talvolta facevano lunghe passeggiate intorno alle mura del castello, raccontandosi buffe storielle o giocando a chi trovava le parole più’ difficili per descrivere un oggetto.
Negli ultimi anni pero’, vero compagno di giochi di Anthis era diventato Hishon, bimbo della sua stessa eta’.
Era Hishon il figlio del guardacaccia governativo, Ramisante, e viveva col padre in una casa in mezzo al grande bosco fuori dal castello, bosco che aveva pure un grande lago, tutto dentro le mura di Elsabrea , e che era di proprietà’ comune del governatore Aganto e dei nobili di Elsabrea.
  Anthis ed Hishon erano ben presto diventati inseparabili. Ogni minuto libero che avevano lo passavano insieme, cacciando conigli, pescando, fumando di nascosto il tabacco aromatico di Ramisante, giocando con spadini di legno o facendo il bagno nel lago vicino alle mura di marmo elsabriane.
Throu li guardava crescere insieme con enorme gioia nel cuore.
Anthis sembrava avere in se’ una grande bontà’ ed un grande coraggio, e l’anziana nonna in questo confidava segretamente, visto che le visite di Suaade stavano diventando sempre più’ frequenti..
Quell’uomo non le piaceva, affatto. Aganto gli serbava piena fiducia, ma grazie al cielo non si poteva dire lo stesso di Anthis.
Era spesso a lezione quando Suaade giungeva al castello, ma quelle volte che era libero, era la stessa Throu che gli proponeva di andare direttamente (ed in fretta) a casa di Hishon a giocare.
Aganto non era cosi’ sveglio da potersi accorgere delle intenzioni di Throu.
Oltretutto aveva poco tempo per occuparsi di lei, visto e considerato che stava proprio per concludere molti affari vantaggiosi con il governatore di Miradi..
Un brutto giorno, che Anthis ormai aveva sedici anni, Throu fu trovata morta nella sua camera.
-E’ stato il cuore.- aveva sentenziato il druido che era accorso chiudendole le palpebre con le dita. Tutti avevano annuito e l’onorevole donna fu seppellita con una grande festa funebre il giorno dopo.
Tutti avevano annuito.. ma Anthis no.
Anthis era rimasto in silenzio. Non aveva detto niente, non ancora.
Era un ragazzo istruito, Anthis, non uno sciocco. Oltretutto era acuto, e molto intelligente.
Era riuscito a scorgere gli occhi di sua nonna, prima che il druido li chiudesse con la mano, cosa che aveva eseguito con incredibile velocità’ non appena il governatore e gli altri della corte furono entrati.
I bulbi oculari di nonna Throu erano grigi. Completamente grigi, senza più’ ne’ iride ne’ pupilla.
Come due terribili sfere grigie.
Nessuno vi aveva fatto caso.
Erano grigie, proprio come quelle di una persona a cui si ha somministrato del serillio.
  -Il serillio si estrae da una pianta che cresce nelle tundre dell’ovest, ed e’ un olio di colore viola scuro. – ripete’ il maestro di erboristeria, quella notte, nella testa di Anthis -E’ usato come tintura per i gioielli di vetro, ma dato il suo altissimo potere velenoso e la sua rapidità’ di assunzione dal corpo umano, e’ famoso come uno dei veleni più’ usati e letali, tanto che nelle tragedie lo si nomina spesso come arma del delitto. Dopo averne bevuto anche solo una goccia, la persona cade morta ed i suoi occhi perdono colore, ammuffiscono. Giovane erede governatore, vi posso assicurare che non e’ una bella cosa vedere gli occhi di una persona uccisa dal serillio.-
Anthis non dormi’ per molte notti.
Il dolore per la perdita di sua nonna lo angustiava, ma più’ di ogni altro era il pensiero degli occhi grigi a inquietarlo. Erano occhi da serillio, senza dubbio.
La nonna non era morta per cause naturali, era stata uccisa. Ed il druido che aveva annunciato la sua morte ne era al corrente ma lo aveva nascosto, oppure era stato lui, oppure ancora era stato pagato per nasconderlo.
Dubbi, misteri. Anthis ebbe molta paura.
Ma non disse mai nulla.



January 03

Fault.

C'E' POCO DA CAPIRE PORCO DIO, CHE NON AVESSI LA TUA APPROVAZIONE PER DETERMINATE COSE L'HO SEMPRE SAPUTO MA PORCA MADONNA CHE ADDIRITTURA TU NON ABBIA FIDUCA IN ME NO, QUESTO E' TROPPO, MI ACCOLTELLA CAZZO, PERCHE' NON SONO UNA PISCHELLA POSER DI MERDA E CERTI VALORI E CRTI AFFETTI NON LI RINNEGO CAZZO, PER ME SONO IMPORTANTI MA PARE CHE A TE QUESTO NON BASTI E MI ACCOLTELLI COSI', DAL NULLA, DA DIETRO LE SPALLE, SENZA MOTIVO, PERCHE' NON HAI UN CAZZO DI MOTIVO PER FARLO.
CHIEDO SPIEGAZIONI, MI HAI DIBALTATO SENZA UN PERCHE', ME LO SAI SPIEGARE? EH NO CHE NON ME LO SAI SPIEGARE, NON SAI SPIEGARE UN CAZZO, BUTTI LA BOMBA E SCAPPI E PENSI CHE LA CITTA' RIMANGA IN PIEDI O COMUNQUE CHE CROLLI SOLO UN'EDIFICIO ABBANDONATO..
NON E' COSI', QUELL'EDIFICIO ERA PIENO DI GENTE ED HAI COMBINATO UN CASINO. NON LO SAI SPIEGARE E TI ODIO PER QUESTO. BEH ALLORA TE LA SPIEGO IO UNA COSA, IERI ERO IN PARANOIA E OGGI LO SONO ANCORA E LA COLPA E' TUA, SOLO TUA E DELLE TUE FANTASIE, PERCHE' IO NON TI HO MAI DATO MOTIVO DI PRIVARMI DELLA TUA FIDUCIA E, CAZZO, RIPETO, DELLA TUA APROVAZIONE SAPEVO DI NON POTER CONTARE, MA LA FIDUCIA PORCO DIO, CHE CAZZO HO FATTO PER NON AVERLA PIU' (SE MAI L'HO AVUTA)?
HAI SEMPRE DETTO CHE HO IL VELENO DENTRO, CHE ERO CATTIVA, CHE NON ERO NORMALE.
NON NORMALE NON NORMALE NON NORMALE.
NON FA BENE. SE ANCHE FOSSE STATO VERO, NON CREDI DI AVER SPARATO DUNQUE SULLA CROCE ROSSA?
AH MA FIGURIAMOCI. DOMANI MI SORRIDERAI. PERCHE' TUTTO E' PASSATO, TUTTO PASSA SEMPRE, E LE CICATRICI ACIDE NON LE VEDI.
GODITI IL REGALO DI NATALE PIU' BELLO CHE TI ABBIANO FATTO. CHE BELLO. CHE ORGOGLIO.
EPPURE CREDEVO FOSSI IN GRADO DI APRIRE GLI OCCHI.
 
(il portale per altri mondi ove ogni tanto mi affaccio)
ozzia la robina buonina